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Le auto elettriche
sfruttano il cobalto africano:
l’Ue impone dei paletti

  • di Marco Ciotola Marco Ciotola

20 marzo 2021

Le auto elettriche sfruttano il cobalto africano: l’Ue impone dei paletti
Gran parte del cobalto per le batterie dei veicoli elettrici europei arriva dal Congo e da diversi Paesi africani, risultato dello sfruttamento del lavoro minorile. L’Unione europea ora si impegna a risolvere questa contraddizione, ma potrebbe non essere così facile

di Marco Ciotola Marco Ciotola

La cosiddetta transizione ecologica è un obiettivo concreto per l’Italia e l’Europa intera, e uno dei primi impegni in tal senso è l’accelerazione sul fronte auto elettriche. Impegno che è già in corso in moltissimi Paesi del blocco, ma che si trova di fronte a un’incredibile contraddizione: gran parte del cobalto, elemento indispensabile alla produzione delle batterie per i veicoli elettrici europei, arriva dal Congo e da diversi Paesi africani, risultato dello sfruttamento del lavoro minorile e di un grave impatto sull’ambiente.

È per questo che dai vertici Ue di sono detti decisi a impostare una legislazione in grado di garantire la provenienza “virtuosa” di simili materiali. Ma – come fa notare su tutti Il Fatto Quotidiano – non si parla certo di una mossa semplice, vanno anzi messi in conto numeri massicci, stimabili in circa 64 mila tonnellate di cobalto da ricavare, per diversi miliardi di dollari. Vale a dire – evidenzia sempre Il Fatto – che l’Europa deve provvedere a una compensazione economicamente gigantesca, che potrebbe risultare difficile sul piano operativo e soprattutto pesare eccome sul prezzo ai consumatori.

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Lavoratore di una miniera di cobalto in Congo

Va infatti considerato che praticamente il 90% del cobalto su scala europea e anche globale arriva dal Congo e Paesi africani limitrofi, che utilizzano metodi di estrazione e capitale umano (oltre 40mila bambini sfruttati secondo il Guardian) a costi ridottissimi, che non potrebbero mai essere equiparati a quelli eventualmente messi in piedi dall’Ue. C’è poi un altro problema, di carattere più etico ma con risvolti umani concreti: la cosiddetta provenienza “virtuosa” rischia di intercettare l’impegno di diversi Paesi ad aggirare la normativa per abbattere i costi, ad esempio facendo un mix dei cobalti di più provenienze e non escludendo quelli di produzione africana, derivanti dallo sfruttamento del lavoro di bambini.

Va precisato che la procedura d’estrazione alle attuali condizioni africane espone a danni fisici e ambientali enormi, e che praticamente nessuno step della linea produttiva attuale è a norma di legge.

Dall’altra parte però una risoluzione di simili contraddizioni e sfruttamenti potrebbe portare fino a un raddoppio dei costi al consumatore, senza peraltro nessuna garanzia che le condizioni produttive imposte siano rispettate. Insomma, una bella grana per l’Ue e non solo, che non lascia prevedere una risoluzione né facile né rapida.

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