“Sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene. Molto ho sofferto, molto ho rischiato: si aggiunga anche questo”. E’ così che Ulisse dichiarò guerra al destino nell’Odissea, in un passaggio che molti, per troppo tempo, hanno invece definito “di rassegnazione”. Era di lucida rabbia. Ma la rabbia di un principe. Un altro principe biondo – nella realtà, in tempi più recenti e senza troppe parole – ha fatto quella stessa dichiarazione: Nicolò Bulega. S’era perso. S’è ritrovato. Ha vinto. Trenta volte sul podio in trenta gare. Mai peggio di secondo. E, oggi, Campione del Mondo a Cremona, nel teatro perfetto di un giorno perfetto. E atteso. Perfetto e solo sognato. Quando è passato sotto la bandiera a scacchi di Gara2, il campione del mondo ha lasciato pure che accadesse quello che accade a chi è umano dopo una stagione passata a fare l’extraterrestre: s’è commosso. E l’ha mostrato. Quasi a spiegare che è sì un freddo, è sì un duro, ma le emozioni contano e vanno condivise quando serve.Quando, insomma, trattenerle non è più il modo di proteggersi di “un cuore avvezzo alle pene”.
A Cremona è stato lì, dimostrando pure una maturità quasi atipica per un pilota: lasciando che il compagno di squadra scappasse e senza cedere alla vena che avrebbe voluto tapparsi per andare a prenderlo. Lecuona s’è preso tutta Cremona. Nicolò s’è preso il mondo. Dopo che il mondo gli aveva pure voltato le spalle, quando era troppo giovane, troppo poco maturo e per niente pronto per portarsi sulle spalle la promessa di dover essere per forza una promessa. Ha cominciato a rinascere, quel ragazzo, il giorno in cui ha capito di dover prima ammazzare chi gli avevano fatto credere d’essere. Detta così è cruda? Un po’, ma significa semplicemente che Bulega ha ricominciato da Nicolò.
Servono una lucidità cruda e un’onestà spietata per farlo e ammettere la verità che spezza lo stomaco: mi sono perso. È lo schianto. La psiche, codarda e viziata dall'istinto di autoconservazione, inventa alibi pur di non crollare: colpevolizza le circostanze, anestetizza il dolore col decoro, finge di avere ancora il manubrio in mano mentre scivola sulla ghiaia. Ma continuare a correre nella nebbia facendo finta di conoscere la strada è il modo più rapido per frantumarsi.
Spezzarsi in maniera controllata, invece, è il primo organico battito della salvezza. Bulega l’ha fatto accettando di andare, prima di tutto, a ritrovare l’amore per le motociclette in Supersport, fuori da quel Mondiale che sembrava dover essere per forza il suo teatro. Con una Ducati V2 lontano (ma a ridosso) da quelli che contano, il sapore del ferro in bocca, la fame e la convinzione che le moto erano ancora una grande passione. Ci si perde perché il vestito vecchio non contiene più la carne nuova, perché l'impalcatura egoica che avevamo edificato (o ci avevano edificato) era diventata una gabbia. Nicolò Bulega ha trovato il coraggio di ammetterlo.
Diventando grande e con una gran forza – del tutto nuova - per provarci in un atto di fede che oggi gli è valso un titolo mondiale e pure un tappeto rosso (e giallo) verso la MotoGP 2027. Nicolò Bulega, insomma, ha accettato che la maceria non è la fine, ma la materia prima da utilizzare per ricostruire. Chi riemerge da certe storie è un reduce. Oggi Nicolò Bulega e la sua Panigale, a gas spalancato al parco chiuso e con una tuta d’oro finalmente addosso, hanno suonato l’inno dei reduci. L’inno di quelli che si perdono. Insegnato però a tutti che persino un reduce può diventare campione del mondo e continuare a sognare persino traguardi ancora più su. Come? Trovando il coraggio di provarci e la forza di riuscirci anche cercando dove altri non cercherebbero. Con la pelle più dura. Lo sguardo privo di pugnette. E la consapevolezza di cosa significhi aver toccato il fondo anche adesso che si sta con tutti e due gli stivali sulla testa al mondo.