Quando un campione parla di un altro campione, qualcosa di estremamente interessante viene sempre fuori. E quando a farlo è Casey Stoner non può essere altrimenti, soprattutto se dall’altro lato, oggetto di discussione, c’è Marc Marquez con i relativi punti di forza e di debolezza. Due dei talenti più cristallini passati tra le fila della MotoGP, entrambi capaci di segnare le rispettive epoche a suon di vittorie e, soprattutto, imprese senza precedenti. Leggende a 360°, che (forse) per sfortuna dello sport in pista non si sono mai incontrate. Marc è stato il successore di Casey in sella alla Honda, l’australiano per certi versi il suo predecessore in termini di guida. E proprio parlando di Marquez in una lunga intervista concessa a Crash.net, Casey è stato chiaro: “Non c’è alcun dubbio sul suo talento, sulla sua velocità, su niente di tutto questo. Se lo mettessi in dubbio, allora in te c’è qualcosa che non va”.
Una riflessione arrivata dopo una stagione impressionante, da dominatore, che ha visto Marc confermare le attese della vigilia prendendosi il nono titolo Mondiale in carriera. In tal senso Stoner ha evidenziato quanto l’infortunio subito nel 2019 abbia impattato sul suo approccio, addirittura in meglio: “In questi ultimi anni difficili per lui ha costruito un ulteriore livello di forza, intelligenza e pazienza. È proprio ciò che, secondo me, manca a tutti quelli che oggi corrono contro di lui”, ha spiegato Casey. “Penso che molti piloti siano caduti nella stessa trappola. Al momento ce ne sono tanti veloci, ma non credo che molti di loro sfruttino al massimo la loro capacità di gestione della gara. È lì che Marc oggi li batte”.
A colpire, però, non è tanto l’analisi che Casey formula sui punti di forza di Marquez, su tutti la capacità di limitare più di tutti quanti gli altri piloti l’utilizzo dell’elettronica - caratteristica che per anni aveva contraddistinto l’australiano -, quanto quella su una sua misteriosa debolezza: “Marc in passato aveva un grande punto debole che non credo nessuno abbia notato e ancora non dirò nulla a riguardo. Ma è sorprendente che nessuno sia riuscito a sfruttarlo, suppongo, perché tutti lo guardavano come il ‘boss finale’ invece di capire cosa dovessero fare, cosa migliorare in se stessi o magari come correre contro Marc. Lo vedevano semplicemente come un avversario incredibilmente difficile”.
Lo è sicuramente, ma per l’australiano un modo per batterlo c’è nonostante nessuno se ne sia accorto. Riflettendo sulle sue parole, però, una domanda nasce quasi spontanea. Soprattutto oggi, lunedì 16 febbraio, giorno del compleanno del pilota che più di tutti è stato messo in contrapposizione allo spagnolo: Valentino Rossi. Esiste un punto debole del Dottore?
9 titoli Mondiali, una miriade di avversari annientati e una storia leggendaria che parla da sé. E d’altronde, è impossibile negare come Valentino stia alla MotoGP come la MotoGP stessa stia a Valentino.
Dominatore all’inizio della sua carriera, lottatore nell’epoca dei fantastici quattro, quel gruppo stratosferico di piloti formato da Rossi, Stoner, Pedrosa e Lorenzo. Tutti piloti che negli anni ha battuto, in pista ma anche fuori. Forte in ogni condizione, capace di vincere in ogni modo possibile (o anche impossibile per tanti, basti pensare a Barcellona 2009), intelligente tanto in moto quanto fuori e, soprattutto, capace di fare sempre quadrato intorno a lui. E poi, non da dimenticare, abile come pochi con la stampa, capace di “massacrare” sportivamente i suoi rivali solo con il peso delle parole, talvolta anche poche e dette col solito sorriso.
Per certi versi, Rossi è stato capace di vincere persino nella sconfitta: il pilota perfetto, inimitabile, quello che non ha mai corso per le statistiche ma soltanto per il bisogno viscerale della competizione. Eppure, una debolezza ce l’ha avuta anche lui: la passione e l’amore sconfinati per la moto e per la propria vita, rincorsa da bambino e vissuta da giovane prima e da adulto poi, stagione dopo stagione.
Quell’amore che l’ha portato a correre finché ha potuto, fin quando anche il divertimento in sella alla sua moto non c’era più. La stessa che, a 47 anni, gli ha permesso di reinventarsi, di mettersi al volante di un’auto da corsa non più per gioco ma per professione, oltretutto tornando a vincere. Perché Rossi, ancor prima che dalla vittoria, lontano da un motore proprio non ci sa stare. Una debolezza, sì, ma anche il suo più grande punto di forza.
Auguri, Doc.