Toni Merendino era quello con la sigaretta in bocca e il coso in mano. La sigaretta ce l’aveva sempre veramente; “il coso in mano”, invece, è simbolico: un modo per dire che di uno così vedevi sempre prima quanto fosse rock and roll. Quanto vivesse a ca*zo durissimo e con la faccia pulita di chi riesce sbatterlo sul tavolo senza rumore e con riservatezza, come fa un genio dannato che è rimasto uguale dentro un motorsport che cambiava (fino a arrivare quasi a rinnegarsi). Ecco perché fa un po’ male, oggi, accorgersi che, commentando la notizia della sua morte a 73 anni, in tanti – decisamente troppi – arrivassero a chiedersi chi fosse anche tra quelli che la MotoGP ormai la vivono ogni giorno. Che poi, chiedendoti chi fosse, ti mettono pure un po’ in difficoltà. Perché come lo spieghi chi è stato Toni Merendino?
Non un pilota, non un manager nel senso pieno del termine, non un tecnico e nemmeno un PR. Toni Merendino è stato Toni Merendino, punto. Immenso. Quello che ha cominciato come autista del camion e poi è finito imitato – ma limato e urbanizzato – fino ai team manager di oggi. Era, per farla corta, quello che pensava a tutto ciò che permette a una squadra di correre e che, però, lo faceva portando innovazione e senza voler apparire quasi mai. Solo che non quell’innovazione finalizzata ai guadagni, ma quell’innovazione finalizzata a rendere la vita e il lavoro – quindi anche la propria vita e il proprio lavoro – qualcosa di simile al personalissimo paradiso che si aveva in testa. Sì, è stato l’uomo che ha portato per primo le ombrelline nelle corse in moto. Ma ridurlo a questo è come dire che Jim Morrison è quello del nome scritto sugli zaini Invicta. E’ stato quello che ha reso possibile il mondiali del Team Gallina con Lucchinelli e ha gestito Unici. E’ stato quello che, quando s’è accorto che il paradiso che aveva creato cominciava a essere troppo simile a un paradiso noioso, ha mandato a fare in cu*o tutti perché nel frattempo s’era innamorato perso dell’Africa. Della Dakar. Dei cazzotti nell’anima che sono il modo che ha il deserto per coccolarti.
Chi scrive l’ha appena sfiorato e ne ha quel ricordo lì: sigaretta in bocca e coso in mano. Chi l’ha vissuto, invece, potrebbe scrivere libri su un uomo che ha davvero risposto sempre e solo a quelle due uniche leggi che contano: il cuore quando batte (con tutto quello che può significare) e un motore quando corre (con tutto quello che può valere). Ma ricordarlo così, forse, è un po’ pochino. Come se si volesse liquidare la morte di un grande veramente con qualche riga scritta di pancia e nostalgia. Ecco perché alla fine abbiamo scelto di alzare il telefono e di sentirne quattro che Merendino l’hanno conosciuto e vissuto veramente. Un poker di ricordi con tutti i semi, che non sono cuori, quadri, fiori e pick, ma il professionista, l’uomo, il genio e il folle. Per piagnucolare su una morte con le solite parole? No, sarebbe stato uno sgarbo.
CON NICO CEREGHINI E “QUEL MARCHIO SULLA CARENA DI UN SOGNO”
“Se dici Cagiva Mito pensi al 125 che ogni ragazzino sognava e la pensi esattamente con quella livrea lì, Lucky Strike. Ecco, il marchio Lucky Stike su quella moto l’aveva voluto Toni Merendino. Sembra una cosa facile, ma c’è da contestualizzare e rendersi conto di che razza di accordo può esserci stato dietro una operazione come quella. Aveva pensato a tutto Toni, perché ok la sua riservatezza, ok quell’aria che aveva lui, ma è stato un professionista di un rigore e di una serietà incredibili”. A raccontarlo è Nico Cereghini, pilota e giornalista che è diventato mito per una generazione intera raccontando i miti delle corse. E’ lui a mettere la luce sul rigore, sulla capacità di impegnarsi, sulla forza di lavorare a progetti enormi di Merendino senza alzare mai il tiro. “Sembrava uno esagerato e invece calibrava sempre. Gestiva da solo la metà degli sponsor del motorsport e ricordo di una Dakar in cui Cagiva, che era sponsorizzata Lucky Strike, vinceva in continuazione. Io lavoravo per la TV che, invece, aveva sponsor la Chesterfield come le Yamaha, ma le Yamaha non vincevano mai. Quindi dall’Italia ci chiedevano di fare inquadrature strette intervistando quelli di Cagiva per evitare che si vedessero le scritte o il logo Lucky Strike e contestualmente Cagiva si arrabbiava per questa cosa. Toni era uomo Lucky Strike, ma era anche un amico, e riusciva in qualche modo a mediare sempre. Anche nel lamentarsi era sempre giusto, sempre ponderato, sempre con il tono di voce di chi dice quello che deve dire senza imporre o senza far pesare. Geniale, ma con una capacità invidiabile di essere sempre misurato e con una riservatezza garbata che è rarissima in chi è così pieno di futuro”.
CON PAOLO BELTRAMO E “QUEL PARTIRE INSIEME DALLE RADICI DI UN BABBO”
“Lui era spezino, come il mio papà. E abbiamo cominciato praticamente insieme”. Paolo Beltramo racconta l’uomo Toni Merendino. Un riferimento. “Aveva qualche anno più di me e il fatto che venisse dalla stessa città del mio babbo ha fatto sì che ci conoscessimo subito, addirittura l’inverno prima che entrambi ci lanciassimo a testa bassa nel motorsport. Lui stava chiudendo la sua attività di manutentore di apparecchiature per macchine del caffè, io arrivavo a Mediaset, allora Fininvest. E’ stato quasi naturale appoggiarmi a lui in tutto. Ecco, Toni era un uomo che sapeva esserci”. Praticamente tutto quello che conta, sintetizzato in tre quattro parole da un Paolo Beltramo che racconta e sembra rivivere gli anni di quel motorsport lì. “C’erano rapporti più umani, anche se si stava tutti lì per lavorare e anche se ognuno si giocava tantissimo – dice ancora – Sapere che non c’è più fa male, ma sapere tutto il bene che Toni ha generato praticamente in silenzio, quasi respingendo i riconoscimenti di cui altri si sarebbero vantati per tutta la vita, rende tutto meno triste. Mi viene in mente anche una vacanza in Brasile, fatta insieme e in cui abbiamo condiviso tanto. Ma forse, ancora di più, mi viene in mente quell’amore per l’Africa che aveva sviluppato. Aveva dato vita a una attività per portare persone alla scoperta dell’Africa ma era come se per lui non è mai stato davvero un modo per guadagnare: voleva che le persone vedessero davvero l’Africa come riusciva a vederla lui”.
CON MORENO PISTO E “QUELLA VOLTA SUL PICK UP LIBICO”
“Ci abbracciavamo sempre tanto e ogni volta diceva di volermi bene perché gli avevano parlato male di me”. Moreno Pisto, il nostro direttore, comincia così, ricordando tutte le volte dopo la prima volta negli anni in cui bazzicava le sala stampa della MotoGP e tutto il mondo intorno ai piloti. “Andai in Liguria a trovarlo una volta – racconta – Dovevo intervistarlo e l’argomento doveva essere ‘l’uomo che ha portato le ombrelline nelle corse’. Insomma, doveva essere una di quelle interviste dritte, al grido di w la fi*a, ma raccontando un visionario, uno che aveva gestito sponsor e stretto accordi incredibili. Poi, però, ne è uscita la scoperta di un personaggio infinito. Venne a prendermi con un pick up che cadeva a pezzi e odorava di sigarette. La prima frase prima ancora di presentarci? ‘Mi piacciono queste macchine perché sono come quelle dei trafficanti libici’”. Per me aveva già vinto, metteva l’Africa, tutto quello che aveva visto in Africa, in ogni cosa. Fumava come un disgraziato e non aveva la minima idea di smettere anche se stava già poco bene. Dai, viveva come vivono quelli che la morte fa parte del gioco e arriva quando vuole. Dopo quella volta ci vedevamo sempre con gran piacere, quella voce distorta dalle sigarette e dalla vita a gas aperto era fantastica. Personaggi così hanno avuto la forza di essere rock and roll quando era follia solo pensare di esserlo e di restare rock and roll quando poi è diventato scomodo continuare a esserlo. La rivoluzione la sanno fare in pochi, ma quando incontri quelli che sanno fare la rivoluzione senza fare il minimo casino te ne accorgi. E non te ne scorsi più”.
CON CARLO PERNAT E “QUEL CAPODANNO A MARRACASH SUL LETTO DI UN NONNINO”
“Te sei matto? Ma lo sai quanto può essere difficile per me pensare a un aneddoto solo con Toni? Abbiamo fatto di tutto in tanti anni”. Carlo Pernat prende tempo così, poi rilancia: “ma vuoi un aneddoto di lavoro o uno di divertimento?” La risposta è stata secca: “di divertimento”. E lì Carletto spinge il tasto play di un film che potrebbe intitolarsi Capodanno a Marracash. “Però prima fammi dire che mi dispiace da matti, sapevo che non stava bene, ma alla morte non sei preparato mai, soprattutto quando a morire sono quelli che la vita l’hanno celebrata veramente – comincia Pernat – Una ventina d’anni fa, neanche me lo ricordo se di più o di meno, andammo insieme a fare un capodanno a Marracash. Un imprenditore aveva acquistato lì una proprietà e, arrivati su questo posto, ci fecero mettere a sedere per terra. Già lì con Toni cominciammo a ridere e ci guardavano male tutti. Si mangiava con le mani e non ti dico come eravamo diventati, anche perché io molto più di lui ero già pieno come uno che ormai i freni li ha persi da un pezzo. Fu una serata folle, finita in un locale che era come il paradiso perché su ogni piano c’era un piacere, un vizio. Insomma dai, non stare a farmi a dire. All’ultimo piano, ovviamente, c’erano le donne. Bellissime donne che facevano il mestiere più antico del mondo e con Toni ci separammo. Ognuno per la sua strada, ognuno con chi voleva. Solo che lì, ai tempi, quelle donne ti portavano a casa loro e io mi ritrovai a chilometri e chilometri in condizioni pietose e pure con i rimorsi di coscienza di aver tirato giù dal letto un nonnino. Sì, questa ragazza per occupare il letto con me aveva svegliato il nonno che dormiva perché avevano un letto solo. Non ti dico il giorno dopo e per quanti anni Toni, dopo essere venuto a recuperarmi non so dove, m’ha preso in giro per quella situazione assurda che aveva fatto diventare grottesco il mio capodanno. Mentre il suo non ha mai voluto raccontarmelo”.