Un divano, un’intervista veloce pensando più a qualcosa di leggero che alle solite robe tecniche e, alla fine, ritrovarsi con una lezione in tasca memorizzata in un video da poco più di tre minuti. Pedro Acosta è una rockstar, solo che al contrario di tanti altri è uno che non si fa problemi a ammettere che serve il sudore, e tanto, pure per fare le rockstar. E butta là un “io non sono il più talentuoso, quindi devo lavorare” come se fosse la cosa più facile da dire. Come se non avesse due mondiali già in tasca. Come se non sapesse che per chiunque, per chiunque davvero, la MotoGP sarà roba sua per i prossimi anni come è stata, in passato o adesso, di Valentino Rossi, di Jorge Lorenzo o di Marc Marquez. Solo che lui, Pedro Acosta, quella cosa lì sul talento che non ha non la dice mica per fare il modesto o per piacere di più: ne è convinto. E gli si vede negli occhi. Gli occhi di un ragazzo che, come in passato ha raccontato anche suo padre, quand’era bambino pensava di essere negato per le motociclette. Uno che aveva tutte le caratteristiche di quelli senza il manico. Ma che di volontà ne aveva più degli altri. E che poi è esploso a botte di lavoro, di impegno, di costanza.
Non si vede da fuori, ma dicono che sei ossessionato dal lavoro, gli chiediamo. E lui se ne esce così: “Se vuoi andare a prenderti qualcosa di veramente grosso, devi lavorare per quello. Penso di non essere il pilota più talentuoso di tutta la griglia e quando non hai il talento devi lavorare di più. Chi è il più talentuoso? Difficile da dire”. E’, forse, l’unica bugia che ci ha detto su quel divano a Kuala Lumpur, visto che probabilmente ha giocato la carta della diplomazia e che un nome in testa, almeno dalla lunga pausa fatta prima di risponderci, sembrava averlo. Ma anche questo è giocare, stare nello show.
“Proviamo anche di fare sempre un po’ di show – dice ancora e proprio a proposito di show - ma credo sia bello anche essere serio, comportarsi da professionista. Comunque sì, un po’ di show ci sta sempre. Alla fine ci si deve divertire anche, visto che questo mestiere lo devi fare per dieci o quindici anni e quindi devi tenerti anche un po’ di tempo per lo svago”. Tutto facile. Tutto logico. Tutto meravigliosamente Pedro Acosta. “Oggi sono un pilota più sicuro, più abituato – racconta ancora il fenomeno della KTM – nel 2021, nel 2022 o anche nel 2023 c’era tanta pressione. Ma anche in MotoGP ce ne è tanta, forse di più, però è normale. E comunque ci si abitua e si impara a viverci. Vincere con KTM? Difficile. Sicuramente siamo migliorati, ma credo che Ducati, o anche Honda e Aprilia hanno fatto uno step, quindi siamo nello stesso punto dello scorso anno. Ma siamo comunque più veloci, quindi pensiamo a fare una stagione più o meno come il finale del 2025, magari puntando sempre al podio o alla top5”.
Dicono che per lui sarà un anno di passaggio. L’ultimo con quell’arancione che ha accompagnato tutta la sua storia da pilota. In attesa di una Desmosedici che potrebbe essere rossa o gialla. “Vedremo cosa sarà, abbiamo tempo – taglia corto – proviamo a fare dei risultati subito per poi iniziare a parlare. Alla fine è sempre bello che la gente parla di te, quindi cerchiamo di fare belle gare, così che tutto il mondo ne parli”.