“Mio papà mi ha insegnato che i record cadono, le medaglie invece restano” dice Nadia Battocletti, dopo un oro perfetto nei diecimila metri. È una grande verità. Non si dovrebbe cercare l’assoluto con le proprie gambe, ma il relativo. La vittoria rischia di essere un soggetto astratto se non la cuci addosso alle gambe, al cuore, al fiato di quel momento. Non si vince mai e basta, si vince sempre stavolta, qui e ora. Battocletti spiega: “Il segreto di un diecimila è la pazienza: c’è sempre il tempo di chiudere i buchi”. Tutto sta nel cogliere il momento giusto per cambiare il passo. Mentre tutte, a duecento metri dalla fine, “non erano regolari e cambiavano traiettoria”, lei è partita, le ha lasciate indietro, correndo meglio delle altre, respirando meglio di tutte. L’aria, pneuma, è il soffio vitale, l’anima, lo spirito.
L’aria che gira negli arti, che gonfia la vela. Anche l’Ulisse di Nolan ha dovuto cogliere il momento giusto per cambiare passo. Alla fine, quando tutto sembrava perduto, rimasto solo, pronto a ripartire per Itaca, si appoggia a una zattera di fortuna e lascia che si compia il suo destino. Battoccletti ha la strategia, l’allenamento, l’intelligenza dell’atleta. Ulisse, la cui partita era più grande e tragica, ha dovuto mettere da parte l’intelligenza, compiendo così l’atto più intelligente di tutti. Non la sola forza, né la semplice tigna, non è un fatto di volerlo, è un fatto di capire come ottenerlo.
L’estate cambia, crescendo. Oggi ho passato ferragosto con la mia ragazza nella nostra nuova casa, su due sedie di plastica a guardare il paesaggio. La casa è vuota, ma quant’è bella. È grande e luminosa, l’aria entra dentro pizzicandoci con la polvere dei lavori appena conclusi. Vederla e saperla nostra ti toglie di dosso la stanchezza come foglie secche. Ancora, il vento, l’aria, il soffio vitale. Come in una poesia di Garcia Lorca, “Che cosa suona / così lontano? / Amore. Il vento sulle vetrate, / amor mio!” I miei amici sono in giro, ognuno ha i propri impegni, i propri amori, le proprie notti di San Lorenzo, le proprie stelle cadenti e non, e quell’attesa tutta personale di vederle passare. Bisogna scegliere di guardarle, le stelle. Voglio dire, non puoi pensare che ti passino davanti come un camion in strada, all’altezza degli occhi. Devi deciderti a guardare. A una certa età si inizia a farlo. Chissà cosa si cerca poi, lì in mezzo, nell’inganno di una trama che non c’è, tra lo zodiaco e la vita, qua tra l’erba, che inizia a cambiare.