“Voglio dire una cosa a chi sta vivendo delle difficoltà: continuate sempre, andate avanti, perché alla fine chi ci crede vince. Non mollate mai, c*zzo!”. Lo dedica ad ognuno di noi, da uomo che ha sputato sangue per riprendersi i suoi sogni e la scena, il capolavoro assoluto regalatoci da Gianmarco Tamberi si è consumato stanotte a Birmingham, agli Europei di Atletica 2026. Tutto si è deciso in quegli attimi di quieto furore che hanno preceduto l'abisso della misura: quei secondi sospesi prima che l’atleta Tamberi spiccasse il volo. È in quegli attimi, sull'asse del decollo, che si consuma il mistero più antico dell'essere umano, quando aspira a realizzare il sogno. Secondi di quieta implosione prima della rincorsa, e poi l’esplosione, il volo inarcato, quei millimetri sospesi oltre il limite che separa dal successo o dal fallimento, dalle paure e dalle maldicenze che lo hanno inseguito in questi anni. Ma l’asticella sua nemica e amica, ossessione da superare, è rimasta immobile. E finalmente l’atterraggio morbido e gli applausi del pubblico.
Stavolta Tamberi accoglie tutto questo nell'assoluto di un distacco mistico che ci sorprende ed esalta al contempo, perché il silenzio vale più di milioni di parole scritte da giornalisti avvoltoi e dagli anonimi dei social, che hanno danzato sulla sua défaillance olimpica inseguendolo e cercando di sconfiggerlo, goccia dopo goccia. Tamberi sembra ordinare al suo corpo e macchina protagonista di non esplodere di gioia: nessuna reazione apparente, sfoggiando però un'espressione del viso glaciale e sorniona. L'eleganza sardonica di chi sa già che non serve urlare quando a parlare è il tabellone: 2,32 metri che valgono l'oro che hanno disinnescato l'assalto dell'ucraino Oleh Doroshchuk in una notte magica, impreziosita anche dallo splendido bronzo del giovane Matteo Sioli. A noi resta quel salto e quegli attimi che ognuno può interpretare a suo modo, ma che non prescindono dall'intimo quesito: da dove attinge un uomo la forza, il coraggio e la convinzione granitica per sfidare la gravità e i propri demoni? Ernst Jünger avrebbe visto in quei istanti l'essenza stessa dell'operaio e del ribelle che attraversa il muro del dolore, l'individuo che nella solitudine della prova suprema compie il proprio destino. In quei pochi secondi non ci sono proclami, ma il distillato di milioni di anni di travaglio dell'umanità tradotto in puro atto, in volontà di potenza che si fa carne, superando il caos con la geometria perfetta di un gesto antico. È lì che si svela in tutta la sua miseria lo Schadenfreude, quel termine tedesco che fotografa il piacere perverso che alcuni provano di fronte alla sfortuna altrui.
La chiave di quel miracolo la custodisce il suo stesso corpo, scritto e vissuto. Sul braccio sinistro di Tamberi non c'è un tatuaggio d'impulso o un vezzo estetico, ma un manifesto: tre frasi in inglese, tracciate a mano, una sorta di mantra da ripetere mentalmente, prima di salire in pedana. "Trust your mind, trust your body, trust yourself" – "Fidati della tua mente, del tuo corpo e di te stesso". Un promemoria spietato e necessario per sopravvivere a due anni di calvario, tra malanni fisici, cartilagini in rivolta e le sentenze feroci di chi lo dava per spacciato. E dopo la vittoria, il pensiero vola al primo compleanno della piccola Camilla che finalmente può gioire dopo aver visto il papà prendere "schiaffi a destra e a manca”. Una lezione spettacolare, impartita alla faccia dei milioni di anonimi che popolano le paludi del web: la onnipresente tribù degli sfigati digitali, la massa del risentimento, individui incapaci di un'azione eroica che covano un'impotente invidia sociale e trovano ristoro solo nel veder fallire chi osa eccellere. Tamberi li ha sfidati, esibendo la sua iconica barba a metà – inconsapevole forse che a Sparta quel taglio era il marchio d'infamia per i disertori, una calzante analogia con i vili che lo hanno bollato da dietro una tastiera. Ma alla faccia di chi non ha mai saltato un ostacolo in vita sua se non per sputare veleno da uno schermo, Gimbo ha risposto stringendo i denti e trionfando in silenzio. Sì, Tamberi è tornato, intoccabile e immensamente più in alto di tutti.