In un mondo in cui quasi tutti recitano la parte dei soldatini grati, borbottando frasi fatte, confezionate per gli sponsor, dalla stucchevole liturgia del sacrificio santificato che così tanto piace agli scrivani delle gesta sportive, c’è Thomas Ceccon, campione che nuota sempre controcorrente. L'ennesima dimostrazione è arrivata ieri: un bronzo pesante agli Europei nei 200 dorso, arricchito dal record italiano. Un trionfo che farebbe gongolare con la retorica del tricolore in gola. E lui che fa? Sberleffa il Signore del Podio, confessando a microfoni accesi che piuttosto che fare ancora i 200 dorso se ne va a zappare i campi. L'antiretorica fatta persona che scatena ogni volta i peones commentatori dei Social, con la solita nenia colma di invidia e fallimento: è un montato… un arrogante…vada a zappare…io mi alzo alle 5 e nessuno mi premia. C’è bisogno di Thomas Ceccon perché non è semplicemente un fuoriclasse: è un'anomalia morale, un corpo estraneo che accetta di divorare la vasca solo per il gusto perverso di poter mandare a fare in c*lo il sistema un secondo dopo aver vinto.
Ceccon non ama la sua gabbia dorata; la subisce, la sfrutta, la calpesta e soprattutto non sente alcun bisogno di ringraziare chi ha costruito le sbarre. Lo ha ribadito qualche ora fa, quando si è fatto notare, accorgendosi a bordo vasca che sulla cuffia d’allenamento gli hanno stampato la bandiera al contrario e nessuno se n’è accorto: una piccola postilla burocratica che già vale come metafora di tutto il baraccone. Il suo romanzo di formazione agonistica non si nutre di ideali olimpici o di sogni d’infanzia di un ex-bambino gracile da sbandierare a uso e consumo del cottimo mediatico. Il fuoco che lo muove è magma terreno che racconta di una sua insofferenza originaria. Era bambino con suo fratello Efrem, in piena estate. Ma lui rifiutava di tagliarsi i capelli per giocare a tennis sotto il sole cocente e allora optava per il refrigerio della vasca al cloro, scoprendo per puro caso il suo talento acquatico.
Ma il vero inizio è anni dopo, scaturito da un fuoco nero e privato: è adolescente già votato al sacrificio, quando scopre sui social il tradimento della fidanzata. E lui trasforma quel rancore sentimentale in un uragano di rabbia agonistica. Non c’è spazio per l'eroismo patinato in lui, niente mito fondativo o vocazione sacra: Ceccon è uno dei quei rari campioni capaci di nutrirsi di rabbia sorda e mutarla in positività e impresa straordinaria.
Quando il mondo si è fermato per idolatrarlo a Parigi, lui ha smontato la baracca con un gesto rimasto nella storia: per allontanarsi dal caldo torrido del Villaggio Olimpico, dai letti di cartone, dalle migliaia di profilattici distribuiti e conseguenti sfoghi copulativi dietro l’angolo, lui ha preferito prendere un telo e stendersi sull'erba del parco, per addormentarsi vicino a una panchina. Il re nudo, colto nel sonno profondo di chi non ne può più dellea solita tiritera attorno alle medaglie e della sempre più soffocante diplomazia, ritualizzata dagli uffici stampa. Da lì in poi, Ceccon ha collezionato una lunga serie di exploit e insofferenze, compreso lo scontro generazionale con la Divina, l’inattaccabile monumento natatorio che è Federica Pellegrini. Su di lei ha osato dichiarare: “Per me non rappresenta niente, si fa i fatti suoi”. Non è cattiveria gratuita, ma insegnamento di vita di una creatura nietzschiana, che rifiuta radicalmente di pagare il dazio della riverenza ai totem istituzionali.
Ceccon appartiene alla stessa stirpe contraddittoria degli Andre Agassi, quello che urlava al mondo il proprio odio viscerale per il tennis, pur essendo costretto a dominarlo. È la maledizione dei giganti che quando si guardano allo specchio vedono altro: possedere un talento mostruoso che ti incorona re e, contemporaneamente, desiderare solo di essere lasciato in pace. W Thomas Ceccon.