Spesso, si dice che la F1 sia solo numeri, comandi ed estremo rigore. In parte è vero, ma cosa succede quando davanti a te, a guidare la tua macchina, hai un ragazzo che ha appena compiuto 19 anni? Cambia tutto sia dal punto di vista tecnico che umano. A spiegarcelo, nel giovedì mattina del Gran Premio d’Olanda, a Zandvoort, è Pierre Hamelin, ingegnere di Arvid Lindblad.
Francese, arrivato a Faenza nel 2014 dopo due anni in Renault, ha lavorato con parecchi piloti della griglia attuale tra cui Carlos Sainz, Alex Albon, Pierre Gasly, Liam Lawson e Isack Hadjar. Uno che, di esperienza con i giovani, ne ha da vendere. Lo incontriamo nell’hospitality della Red Bull pochi minuti dopo aver intervistato Arvid: parla da subito con estrema precisione, pesando ogni parola pronunciata.
Ci racconta del suo lavoro e del rapporto con i piloti, di come cambi l’approccio di un ingegnere a seconda di chi ha di fronte e di come opera il team Visa Cash App Racing Bulls, da sempre impegnato a scovare i prossimi fuoriclasse della F1. Ci fa capire come, oltre ai numeri e alla tecnica, in questo mondo - che lui definisce complesso - ci sia tanto altro.
Quanto del linguaggio tecnico devi semplificare per un diciannovenne al suo primo anno in F1?
“Praticamente tutto, dobbiamo partire da un foglio bianco. Quando un giovane arriva in squadra, non conosce davvero la macchina. Il rischio più grande sarebbe fargli credere che sappia già tutto e che possa fare di testa sua. È importante essere sulla stessa lunghezza d’onda. Per questo il mio compito è introdurre i concetti e le complessità poco alla volta. All’inizio si parla quasi per niente della macchina: si descrive in modo generale ciò che deve sapere sulle procedure e sul funzionamento della vettura. Poi, con il progredire della stagione e l’aumentare dell’esperienza, iniziamo a introdurre concetti, numeri, il comportamento dell’aerodinamica e quello degli pneumatici. Tutto arriva per gradi”.
C’è un momento del weekend in cui i briefing diventano complessi?
“È sempre complesso perché siamo in F1. Nulla viene lasciato al caso. Si parla sempre di ogni singolo aspetto. Anche se c’è un solo millisecondo da guadagnare su una cosa piccolissima, lo cerchiamo. È sempre molto difficile e complesso. Ovviamente può cambiare l’approccio mentale. Se hai una macchina competitiva e una buona sessione, sei un po’ più rilassato. Se sei in una situazione difficile, hai avuto una brutta sessione, problemi con la macchina o non sei abbastanza veloce, sei più stressato. Questo è ciò che dobbiamo gestire. Nel complesso cerchiamo di mantenere la calma e di affrontare tutti gli argomenti uno alla volta. Ovviamente diamo delle priorità: partiamo dagli aspetti che riteniamo abbiano il maggiore impatto sulla prestazione e poi scendiamo nell’ordine di importanza”.
A questo punto, gli chiediamo di Arvid.
L’inglese è arrivato in squadra a inizio stagione, completando il suo percorso dai kart alla F1 in meno di dieci anni. Di lui si dice che sia estremamente veloce, ma anche determinato. Fu questo, infatti, uno degli aspetti a colpire Helmut Marko quando lo mise sotto contratto con il Red Bull Junior Team, dopo un meeting in cui a parlare fu solo quel ragazzino all’epoca 14enne. Un’impressione, questa, che abbiamo avuto anche noi parlandoci. Hamelin, un po’ alla volta, conferma.
Chi è per te Arvid?
“Arvid fa parte della famiglia Red Bull da un po’ di tempo. Lo abbiamo seguito nelle categorie inferiori. Non abbiamo lavorato molto con lui in termini di preparazione al simulatore e così via, perché è ancora molto giovane. Mettiamola così: non lo conoscevo prima che iniziassimo a lavorare insieme quest’inverno. Ho lavorato con molti piloti nella mia posizione, occupandomi di portare giovani piloti nella famiglia Red Bull. Per me è un altro talento che cerchiamo di portare al livello necessario.
Dal punto di vista emotivo, è probabilmente uno dei più giovani che abbiamo avuto. Anche Isack (Hadjar, ora in Red Bull, ndr) era piuttosto giovane, ma Arvid lo è ancora di più. Bisogna tenerne conto nel modo in cui ci si rapporta con lui e nel comportamento da adottare”.
Cosa ti ha colpito di Arvid la prima volta che l’hai incontrato?
“La maturità per la sua età. I suoi feedback via radio e l’atmosfera nelle comunicazioni sono sempre calmi, costruttivi e positivi. Lo stesso vale per tutti gli altri aspetti. Quando parla con gli ingegneri è molto maturo. Capisce le cose, fa molte domande e i suoi debriefing sono ben strutturati e organizzati. È molto quadrato nel modo in cui pensa e parla. Con altri giovani capita spesso che parlino soltanto delle sensazioni che provano, senza andare oltre. Arvid invece cerca già di fare il passo successivo e, da questo punto di vista, è molto maturo. Nonostante non abbia ancora molta esperienza e molti chilometri alle spalle con la macchina, possiede già la mentalità e il modo di pensare di un pilota più esperto”.
Come si svolge un briefing prima o dopo una sessione tra voi due?
“Quando abbiamo un debriefing o una riunione con il team, si parla soprattutto di numeri. Nel nostro team, però, siamo molto attenti, soprattutto con i giovani piloti, a non rendere tutto eccessivamente complicato. Ogni volta che facciamo una riunione ci assicuriamo che tutti gli ingegneri presenti sappiano bene cosa devono dire e discutere. Prima di tutto le informazioni devono essere comprensibili per piloti che hanno meno esperienza, non vogliamo che si addormentino (ride, ndr). Tutte devono essere rilevanti e vogliamo che riescano a ricordarle.
Se sovraccarichi qualcuno di informazioni, probabilmente ne ricorderà soltanto la metà. Noi vogliamo che ricordi tutto. Quindi, quando ci sono tutti, si parla soprattutto di numeri”.
Una prospettiva che cambia quando, invece, a ritrovarsi sono solo loro due.
“In quei momenti tutto è un po’ più umano. Parliamo delle cose che sono andate bene, di quelle che sono andate meno bene e degli aspetti in cui può migliorare come pilota”.
C’è un rituale che Arvid ripete ogni weekend prima di entrare in macchina o in garage?
“Niente di particolarmente sofisticato o entusiasmante, però fa un paio di cose. Innanzitutto ha un volante nella sua stanza e gli piace ripetere i giri a occhi chiusi mentre si prepara, per provare a ripercorrere mentalmente quello che avverrà durante la sessione. La seconda cosa che ho notato è che molti piloti entrano in garage, vanno dagli ingegneri e cercano di raccogliere molte informazioni fino all’ultimo momento. Lui, invece, cerca più di ritagliarsi qualche minuto per rilassarsi e mettersi in una situazione priva di stress. Spesso lo vedo seduto da solo, senza parlare con troppe persone, mentre raccoglie i suoi pensieri e cerca di concentrarsi sulla sessione. Gli piace avere questi minuti per sé, per assicurarsi di salire in macchina senza stress”.
Un’abitudine, la seconda, che abbiamo potuto verificare di persona il giorno successivo. Prima dell’inizio delle FP1 ci è stata concessa la possibilità di seguire dal garage della Visa Cash App Racing Bulls la sessione di Arvid, per la prima volta in pista a Zandvoort. Quando arriva, l’inglese tira dritto verso il suo angolino di box, qualche metro alla nostra destra. Davanti a lui c’è il suo casco, già pronto per essere indossato, ed è lì che si ferma per un po’ portandosi le mani alle orecchie per isolarsi dal frastuono di quei momenti.
Qualche attimo dopo lo raggiunge Sam Village, il suo preparatore atletico. I due scambiano qualche battuta finché Arvid non si sposta verso uno degli ingegneri del team, accanto ai monitor che dividono in due il garage. Anche stavolta, poche parole.
Poi, è il momento della vestizione. Tira su la tuta, indossa il balaclava e poi il casco, con la visiera ancora aperta. Dalla fessura si vedono i suoi occhi guardare dritto avanti a sé, quasi come se in quei momenti i suoi pensieri fossero altrove. Sale in macchina, i ragazzi della Racing Bulls gli sistemano le cinture. Noi lo seguiamo, osservandone la gestualità.
A qualche minuto dall’inizio della sessione, tutti si raccolgono ai lati della vettura. Noi, invece, ci spostiamo nel retro del garage dove solitamente si posizionano gli ospiti della squadra. Indossiamo le cuffie e, nelle orecchie, anziché il commento in inglese abbiamo il canale radio di Arvid con Pierre. Hamelin gli ricorda qualche procedura, lui risponde con un secco “Copy”.
Poi scende in pista e inizia il lavoro. Le informazioni dal muretto sono tantissime: riscontri sulla guida, modalità di funzionamento della power unit e anche il traffico da gestire. In pratica, l’ingegnere parla quasi continuamente mentre Arvid risponde di tanto in tanto, in maniera secca e precisa. Tutte indicazioni che l’ingegnere francese ci aveva anticipato ventiquattr’ore prima.
Il tuo lavoro via radio consiste anche nel gestire le emozioni di Arvid. Quanto è importante scegliere le parole giuste per parlargli nel modo migliore?
“Siamo fortunati perché Arvid è molto maturo. Non abbiamo dovuto usare particolari filtri via radio. Possiamo essere piuttosto diretti tra noi. Non si è mai mostrato scontroso per qualcosa che non era andato secondo i piani. È sempre stato molto maturo. Sa che il team può commettere errori, così come il pilota. Non c’è mai stata un’occasione in cui io sia dovuto intervenire più come un padre che come un ingegnere. Da questo punto di vista è andata davvero bene.
Detto questo, a volte, quando un pilota pensa di sapere qualcosa, bisogna essere piuttosto fermi e dirgli: ‘Questo è ciò che il team vuole fare, quindi rispettalo e procediamo così. Se è sbagliato, lo analizzeremo e faremo meglio la prossima volta’. A volte bisogna dirgli: ‘Capisco il tuo feedback, ma non hai né tutta l’esperienza né tutti i dati a nostra disposizione. Quindi devi fidarti: questa è la direzione che prendiamo’”.
Quali sono le sfide da qui alla fine della stagione?
“Penso che la cosa più difficile in questo sport per questi giovani piloti sia la costanza. Sappiamo che possiede la velocità pura: è veloce, ha disputato ottime qualifiche e ottime gare. È fantastico avere queste qualità. Poi però bisogna riuscire a farlo con costanza e capire tutti i diversi scenari che possono verificarsi, oltre alla semplice capacità di esprimere velocità”.
Per spiegarci concretamente la riflessione formulata, l’ingegnere utilizza il fine settimana che sta per iniziare come esempio.
“Siamo a Zandvoort e, non solo è la prima volta che Arvid guida qui, ma le previsioni meteo sono molto incerte e lui non ha mai disputato una sessione competitiva in F1 sul bagnato. Sono situazioni in cui l’esperienza è fondamentale. Viverle in pista non è paragonabile a nessuna simulazione. Puoi allenarti quanto vuoi al simulatore, e infatti lo abbiamo fatto, ma non c’è nulla di paragonabile all’essere in pista, con lo stress e la complessità di ciò che sta accadendo dal vivo. Quindi, anche se è maturo, comprende molto bene le cose ed è piuttosto avanti per la sua età, ha comunque bisogno di chilometri. Deve fare esperienza con condizioni di vento diverse, temperature differenti della pista, pioggia, asciutto e tutto ciò che gli resta da imparare”.
Una volta terminata la sessione, in Top 10, quando l’inglese torna ai box ci colpisce la lucidità che emerge dai primi commenti con Hamelin. Arvid è ancora in macchina, i due iniziano un rapido briefing di circa un minuto. Dal muretto, il francese gli segnala le zone in cui va già molto forte e quelle in cui c’è da migliorare: lui risponde con un’analisi ben precisa del perché ci sono tratti di pista in cui si sente a suo agio e tratti in cui fa maggiore fatica.
Ascoltandolo, la sensazione è quella di un ragazzo in totale controllo della situazione. Poi salta giù dalla macchina, raggiunge Sam - che nel box è un po’ la sua ombra - e c’è un confronto anche con lui. Quando si toglie il casco, prima di scappare nel camion con gli ingegneri, è sorridente. Pierre invece, che intercettiamo qualche secondo dopo, sembra soddisfatto. A questo punto la sessione è terminata, ma nel garage si lavora già per la prossima.