Zandvoort è pazzesca, ma il garage di un team di F1 con le comunicazioni via radio tra pilota e muretto box nelle orecchie lo è ancora di più. A maggior ragione se quel ragazzo devi seguirlo da vicino per tutto il fine settimana, cercando di captare quanti più dettagli possibile per poi raccontarli.
Per capire cosa ci faccio lì, in quel garage, tocca tornare a febbraio. La stagione della F1 non è ancora iniziata, ma complice il cambio regolamento l’hype è alle stelle. È l’anno giusto per fare qualcosa di speciale e di idee me ne vengono in mente un sacco. Tra queste, c’è quella di raccontare un weekend di un pilota dentro e fuori la pista. Ne parlo con Cosimo Curatola, il mio referente in MOW: mi dice che è un’idea un po’ folle, ma che vale la pena provarci. Anche il nome del pilota lo sorprende: Arvid Lindblad, 19 anni ed esordiente nel Circus con Visa Cash App Racing Bulls, il junior team della Red Bull.
Il profilo non è casuale e sembra fatto apposta per MOW: giovane, cazz*to e, soprattutto, molto veloce. Ancora poco conosciuto dal grande pubblico, ma pronto a fare casino a suon di risultati. È quello giusto.
Reperisco il contatto di Andrea Saveri - Communication Manager del team - e gli scrivo una mail con il nome del progetto (“Born Fast, Arvid Lindblad”), allegando una bozza di piano in cui prometto di voler raccontare Arvid a 360°. Lui mi risponde quattro giorni dopo dicendomi che al team l’idea piace, ma bisogna prima approfondire e poi, eventualmente, concordare il resto. Tra una mail e l’altra, passo il successivo mese a stravolgere e modificare il piano iniziale più volte con un solo obiettivo: realizzare una figata.
Alla fine, con Andrea e Visa Cash App Racing Bulls ci accordiamo per il fine settimana di Zandvoort: arriveremo in due, pronti a documentare ogni momento. Io che scrivo e Tonio, un pazzo vero, a fare foto. Intervisteremo Arvid, il suo ingegnere di pista (Pierre Hamelin) e il suo Performance Coach (Sam Village). Poi seguiremo l’inglese in giro per il paddock e nel suo garage, con tanto di cuffie in testa durante una sessione per ascoltarne le conversazioni con il muretto una volta sceso in pista. Tutti puntini che, una volta uniti, ci avrebbero restituito il ritratto del ragazzo e del suo carattere.
Quel fine settimana arriva velocissimo. È il primo dopo la pausa estiva e una prima metà di stagione in cui Arvid ha impressionato. Sette volte a punti, di cui sei di fila e due settimi posti come migliori risultati, a Montecarlo e a Silverstone, casa sua.
Quando arrivo in Olanda, mercoledì, il cielo è grigio e il meteo del mio iPhone dice che di tanto in tanto pioverà per i successivi quattro giorni. Passo la giornata a girare per Amsterdam fino a sera, quando recupero Tonio in stazione. Mangiamo in un qualsiasi McDonalds e ci diamo appuntamento alle 8 del giorno dopo. Lui, mi saluta dicendo “Sono carichissimo”.
Arvid, il lavoro di un ingegnere in F1 e la preparazione dei piloti più veloci al mondo
La mattina dopo, quando arriviamo a Zandvoort grazie a uno dei mitici Max Express, le nuvole non promettono bene. Camminiamo costeggiando il mare fino a raggiungere il punto di ritiro dei nostri pass, un hotel fronte circuito. Sono le 9.30. Qualche minuto dopo beggiamo per la prima volta, col tornello che gira e la propria foto che compare sullo schermino. Una volta entrati nel paddock, un ragazzo ci offre uno stroopwafel: è così che i nostri amici gli olandesi ci accolgono a casa loro, prima di salutare il calendario della F1. Accettiamo volentieri, poi tiriamo dritti verso la sala stampa per prenotare i nostri posti. Dopo un paio di tentativi, ne otteniamo due vicini nel secondo dei tre stanzoni pieni di tavoli e monitor.
Salutiamo qualche collega e poi iniziamo a girare per il paddock fino alle 10.40, quando entriamo nella gigantesca hospitality Red Bull che loro chiamano “Energy Station”. Lì ci viene illustrato il piano della giornata: alle 12 incontreremo Arvid per intervistarlo, poi Pierre Hamelin - suo ingegnere di pista - subito dopo. Nel primo pomeriggio, invece, toccherà a Sam Village - Performance Coach - prima di dirigerci in garage per assistere al seat check di Arvid, momento in cui per la prima volta nel weekend sale in macchina indossando tuta e casco. Il programma è chiaro e ci diamo appuntamento da lì a un’ora.
Torniamo in sala stampa, io recupero il mio taccuino e Tonio la sua Sony Alpha 7. Siamo pronti a iniziare. Prima delle interviste, però, seguiamo la media session di Fernando Alonso, un cinema. Siamo comunque in anticipo e, quando entriamo nell’edificio interamente in legno, ci sediamo a un tavolino. Arvid è nella stanza accanto, sta registrando dei contenuti per i social del team insieme a Yuki Tsunoda, compagno di squadra last minute dopo l’infortunio di Isack Hadjar, sostituito da Liam Lawson (suo compagno in questo 2026).
Ci raggiunge una decina di minuti dopo. Indossa la giacca della squadra e dei pantaloni baggy tra il verde scuro e il marrone. Ci presentiamo, lui ci saluta sorridendo e poi ci sediamo. Sparo una domanda dopo l’altra a cui risponde prendendosi il suo tempo, ma sempre in maniera diretta e precisa. È sicuro di sé e lo si evince dalla prime parole sulla F1, quando dice che “Non ha mai immaginato sé stesso in un mondo diverso da quello che mano a mano sta scoprendo”. Ci racconta un paio di aneddoti sulla sua vita e sulla sua famiglia (“Mia mamma non ama le corse, mio fratello ha rinunciato ai momenti con me per il mio sogno”), poi del suo primo anno nel Circus e delle difficoltà di quel mondo che da sempre sognava (“Devo migliorare in ogni area”).
Rimaniamo colpiti. In totale gli facciamo 15 domande e, quando il tempo a nostra disposizione è scaduto, siamo soddisfatti. Lui ci saluta, poi scappa via verso il prossimo impegno mentre noi rimaniamo seduti allo stesso tavolo. Ad aspettarci, già pronto, è Pierre Hamelin.
Francese, occhiali da vista rettangolari neri e un sacco di esperienza in F1. È arrivato a Faenza nel 2014 e, nel corso degli anni, tra i piloti che ha seguito ci sono Carlos Sainz, Alex Albon, Pierre Gasly e Isack Hadjar. Tutti accomunati da una caratteristica che in Racing Bulls la fa da padrona: l’essere giovani, spesso alle prime armi nel Circus. È un dettaglio non di poco conto, specie se si pensa al lato tecnico di un mondo estremamente complicato. Lui conferma, ma poi sottolinea come uno dei suoi compiti - e di tutto il team - sia far sì che ogni informazione venga compresa al 100%, anche a costo di semplificarla.
È questo, quindi, il metodo che in Racing Bulls adottano coi loro giovani. Ci spiega come all’inizio si parli poco della macchina da un punto di vista ingegneristico e tanto delle sensazioni dei piloti, di quanto importante sia capire chi si ha di fronte e, allo stesso tempo, di essere sempre diretti con lui, anche a costo di dire “Stavolta si fa così”. Noi gli chiediamo anche di Arvid, lui risponde che la prima volta che ci ha lavorato insieme - a inizio stagione - a sorprenderlo è stata la sua maturità. “È avanti”, dice, anche se necessita come tutti i suoi pari età di accumulare quanti più chilometri possibili in ogni condizione.
Terminata l’intervista ci ricorda che lo incontreremo in pomeriggio, in garage, il che non è banale visto il carico di lavoro a cui deve far fronte. È lì che ci dà appuntamento per farci vedere da vicino ciò che ci ha raccontato del suo lavoro e del suo pilota.
Quando ci alziamo dal tavolino, intorno a noi c’è il panico e la voce di Max Verstappen riempie tutto il secondo piano dell’hospitality. È seduto qualche metro più in là e, insieme a Laurent Mekies, il team principal della Red Bull, sta tenendo una conferenza stampa dopo l’annuncio del rinnovo di contratto. Ad ascoltarlo ci sono un centinaio di giornalisti, tutti ammassati, e noi arriviamo in tempo per sentirlo smentire i rumors degli ultimi mesi con una frase chiarissima: “Sono stato più vicino al ritiro che a cambiare team”. Poi parla dei perché del rinnovo, di un team che ormai è la sua seconda famiglia e delle aspettative di una gara di casa che si rivelerà amarissima.
Tonio scatta, io prendo appunti finché pilota e team principal non salutano la platea. Sono le 13 circa, mancano due ore al prossimo impegno con Racing Bulls. Ci fiondiamo in conferenza stampa, che inizierà alle 13.30 e vedrà Arvid nel primo terzetto di piloti assieme a Max e Checo Perez. Una volta iniziata, per lui ci sono poche domande, ma quando gli viene chiesto del fine settimana risponde in maniera piuttosto rilassata. Soprattutto, dice di aver pienamente compreso la decisione di promuovere Lawson anziché lui al posto dell’infortunato Hadjar al fianco di Verstappen: “È la mia prima volta qui ed è un weekend Sprint, perciò avremo anche meno tempo a disposizione”. Un attimo dopo, però, viene comunque fuori lo spirito del pilota: “Non nego che mi sarebbe piaciuto e avrei accettato, ma capisco la scelta fatta”. Nessuna polemica, soltanto grande consapevolezza.
Terminata la prima parte, e dopo aver ascoltato anche la seconda in cui a parlare erano George Russell, Lando Norris e Nico Hulkenberg, torniamo di corsa in sala stampa. Ne approfittiamo per mangiare al volo, poi di nuovo giù verso l’hospitality. Sam Village ci raggiunge dopo un paio di minuti.
È un tipo di poche parole, ma con grande chiarezza ci parla del suo lavoro e di quanto sia complesso seguire un pilota di F1. Serve incastrare tutto alla perfezione tra un impegno e l’altro, tenendo conto delle necessità dei ragazzi a 360°: da un lato c’è la preparazione atletica, dall’altra quella mentale, due aspetti che unisce dicendoci che i suoi piani partono dalla scienza, ma che poi si sviluppano grazie a un pizzico di intuito per far sì che la preparazione sia quanto più maniacale - e sostenibile - possibile.
È un mondo, quello della F1, in cui l’equilibrio e l’attenzione massima diventano cruciali. Poi si passa ad Arvid, che lui segue da quando aveva 13 anni. Ce lo descrive come un ragazzo da sempre grintoso e determinato, oltre che forte mentalmente: “Mi sono reso conto molto presto di come riuscisse a gestire la pressione”, afferma col sorriso, confermando sia le nostre impressioni che le parole di Pierre Hamelin.
Poi ci spiega come ha gestito la sua celiachia grazie al supporto di Red Bull, gli allenamenti in cui fa più fatica, gli HIIT, e di come sarà organizzato il lavoro da qui al finale di stagione, un periodo estremamente serrato. Tutte informazioni che solitamente passano in secondo piano. Terminato il tempo a disposizione con Sam ci diamo appuntamento in garage, dove ci sarà anche lui insieme ad Arvid e Pierre.
La prima volta in macchina del fine settimana, osservata da vicino
L’incontro davanti al box è fissato alle 15.40, ma tutto inizia alle 16. Ne approfittiamo per seguire il lavoro dei ragazzi di Racing Bulls intenti a sistemare gli ultimi dettagli, mentre vediamo Hamelin già davanti a uno dei monitor al centro del box.
Quando Lindblad arriva, sono le 16.05 e le operazioni iniziano immediatamente. Lui sale in macchina senza il casco, sistema le cinture aiutato da un meccanico e poi inserisce il volante. Lo muove verso entrambi i lati per verificare che la posizione delle braccia sia corretta, poi parla con Pierre: si scambiano qualche battuta, tutto sembra perfetto. A questo punto si infila il casco portato da Sam mentre un altro meccanico collega il tubo dell’acqua alla sua borraccia. Lascia la visiera aperta e il suo sguardo sembra estremamente concentrato, poi prova a inserire e togliere un paio di marce.
L’ultimo step sono le simulazioni di partenza. Ha cinque luci blu che si accendono sopra lo schermo del volante e, quando si spengono, pesta sull’acceleratore. Effettua la prova più volte, monitorato da sensori che ne misurano i tempi di reazione.
Quando esce dall’abitacolo della VCARB 03 c’è Sam ad aspettarlo. Dopo aver tolto il casco i due si confrontano rapidamente, poi salutano i ragazzi nel box ed escono dal retro. Noi rimaniamo lì qualche altro minuto a osservare, poi ci incamminiamo verso la sala stampa. Rientriamo e iniziamo a sistemare appunti e foto della giornata, in attesa che da Racing Bulls ci arrivi un video selfie di Arvid per presentare il progetto. Pochi secondi, ma abbastanza da creare il panico una volta online sulle nostre piattaforme.
Sono le 17 circa, la giornata con Arvid è terminata e ora tocca raccontare il media day degli altri protagonisti. Rimaniamo seduti ai nostri banchetti finché un’addetta ci comunica che è meglio andar via perché, da lì a poco, ci sarà un temporale fortissimo e la strada fino alla stazione è lunga. Sono le 20.50 e neanche il tempo di uscire dal circuito che l’acquazzone arriva e ci prende in pieno. Siamo zuppi, ma soddisfatti e carichi per il giorno successivo.
Dentro il box durante una sessione
Quando la mattina dopo raggiungiamo la postazione della Racing Bulls in pitlane, la monoposto è fuori dal garage e i ragazzi si stanno preparando per le prove di pitstop. Sono le 11.50 di venerdì, giorno di prove libere e qualifiche. I meccanici tirano indietro la VCARB 03, poi un gruppo si sposta intorno alla piazzola rettangolare tracciata sull’asfalto. Uno siede dentro con un paio di cuffie, un paio spingono la vettura verso gli altri che simulano una sosta completa. Lo fanno per un totale di sei volte prima di togliersi i caschetti e rientrare nel garage, dandosi il cinque l’uno con l’altro.
Manca poco più di mezz’ora all’inizio della prima sessione di prove libere. Ripercorriamo tutta la pitlane al contrario con le macchine alla nostra sinistra, poi passiamo dall’altro lato del paddock dove una in fila all’altra ci sono le grandi strutture di ogni team. Incontriamo qualche tecnico che si dirige verso i box, poi uno ad uno i piloti che iniziano ad arrivare. Tra questi c’è Arvid, rigorosamente sfrecciando in monopattino con la tuta già indossata. Ci guardiamo intorno e continuiamo a osservare quegli spazi che visti da casa sembrano inaccessibili. Siamo lì perché Racing Bulls ci ha concesso di seguire il turno che sta per iniziare direttamente dalla guest area presente in garage, con cuffie e canale radio per ascoltare solo ed esclusivamente le comunicazioni tra Lindblad e il muretto.
Quando un ragazzo del team ci apre la porta del retro box, entriamo e lo seguiamo lungo il tunnel che porta direttamente alle spalle della vettura. Mentre camminiamo, alla nostra sinistra c’è un angolo con tutte le cuffie del team, col nome di ciascun proprietario sul padiglione. Prendiamo quella che ci viene indicata, la indossiamo e raggiungiamo la piccola postazione dov’è presente anche uno schermo dedicato.
La macchina è ferma davanti a noi, via radio per qualche secondo c’è silenzio. Poi, ad aprirsi è Hamelin che ricorda al suo pilota una serie di procedure da svolgere una volta sceso in pista. Arvid risponde con un secco “Copy”, poi gli viene dato il segnale di via libera per uscire dal box. In pista, le indicazioni che deve gestire sono tantissime: Hamelin gli indica traffico, mappe motore, temperatura freni e gomme, il programma dello stint e, poi, quando iniziare a spingere per preparare al meglio il time attack.
Da quel momento in poi un attimo di pausa, con solo le indicazioni sul traffico ad essere reiterate. Al termine del giro, l’ingegnere comunica ad Arvid che sta perdendo nella sezione veloce del tracciato rispetto al compagno e agli avversari, poi gli spiega come migliorare. Anche stavolta, dopo qualche secondo, arriva solo un “Copy” come risposta. A questo punto, l’inglese completa il suo giro di cool down e poi rientra ai box.
I meccanici posizionano la vettura sui cavalletti, poi la tirano dentro al garage. Dal muretto viene detto ad Arvid che avrà cinque minuti prima di tornare in pista per un programma che prevederà due time attack e due giri di cool down, alternati, poi comincia un breve confronto col muretto. Si parla di come migliorare, ma anche dei punti che sono già ok e delle modalità di motore da utilizzare una volta scesi in pista, aggiungendo anche qualche indicazione su come gestire la sessione.
Il lavoro prosegue come da programma e, a otto minuti dal termine, Arvid entra in Top 10 con gomme medie nonostante molti dei primi dieci siano in pista con le morbide. “Ottimo giro, giusto un paio di curve da sistemare”, la replica del muretto. Sono la 3 e la 7, come gli spiega subito dopo il francese, due punti che gli costano un decimo sul giro. Fa un altro tentativo, si migliora nuovamente e poi rallenta. Da quel momento in poi, le parole di Hamelin sono continue: una curva dopo l’altra gli comunica il distacco in tempo reale dalla vettura alle sue spalle, dove lasciarla passare e il delta time da rispettare. Sono informazioni rapidissime, talmente tanto che facciamo fatica a seguirle persino noi che siamo tranquilli nella nostra postazione.
Arrivato nella parte finale del tracciato gli comunica che eseguiranno due simulazioni di partenza, ricordandogli la procedura da seguire. Si ferma in piazzola, aspetta il suo turno mentre imposta i settaggi e poi scatta per la prima volta. Superata la prima curva, ecco che inizia un confronto più fitto via radio su cos’è andato perfettamente e su cosa invece si può migliorare. Il secondo tentativo servirà a questo e, infatti, una volta completato entrambi sono soddisfatti.
Prima di rientrare ai box, poi, Hamelin gli comunica che dovrà eseguire una simulazione di pitstop. I meccanici lo aspettano e quando vediamo dal monitor che imbocca la via della pitlane spostiamo lo sguardo in avanti. Quando la macchina si ferma i meccanici operano in sintonia e in meno di 3 secondi è pronta ad essere riportata in garage.
Qui inizia un ultimo debrief con Hamelin, ripassando ciò che è andato bene e ciò che invece si può migliorare in vista delle qualifiche Sprint. I messaggi da entrambe le parti sono diretti, Arvid è di poche parole ma estremamente preciso nei suoi feedback. Spiega di cos’ha bisogno, poi ringrazia il muretto. Nel frattempo, Sam lo raggiunge e lo aiuta nel togliersi il casco.
Sceso dalla vettura la prima operazione da completare è quella del peso, controllando che sia in linea con i parametri stabiliti dalla FIA. Poi scambia qualche battuta con Sam finché i due iniziano ridere. Sembra abbastanza contento della sessione appena conclusa, noi gli facciamo un cenno e lui ci risponde col pollice alzato. Poi tira dritto verso il camion degli ingegneri, dove effettuerà un recap vero e proprio sulla sessione.
A questo punto, non ci resta che seguire una delle addette del team verso l’uscita. Riponiamo le nostre cuffie sulla parete, poi attraversiamo al contrario il corridoio fino alla porta che un’ora prima avevamo varcato. È stata un’esperienza utile a osservare da vicino quanto descrittoci da Hamelin e Village il giorno prima: Arvid è come ce lo aspettavamo, completamente nella sua bolla finché non ha sfilato il casco; la gestione di una sessione, invece, è estremamente più complicata e lontanissima da quanto da casa si può immaginare. E poi c’è il lavoro dell’ingegnere, tra un feedback e l’altro. Quelli tra Arvid e Pierre sono diretti, ma tutto sembra essere sempre sotto controllo. Sia da una parte che dall’altra.
Gli attimi che precedono le due gare
Gli ultimi due momenti esclusivi in cui osserviamo Arvid da vicino sono quelli che precedono le due gare del weekend, la Sprint Race e il GP. Al sabato ci troviamo davanti al suo box, prospettiva opposta rispetto alla sessione che abbiamo vissuto all’interno del garage 24 ore prima. Dietro di noi, la folla si accalca per assistere agli ultimi momenti in pitlane prima di lasciare spazio ai soli addetti ai lavori.
I meccanici, rigorosamente in divisa, sistemano gli ultimi dettagli intorno alla VCARB posizionata sui cavalletti. Arvid non è ancora arrivato, mentre seduto al muretto c’è già Hamelin che studia dei dati proiettati sul monitor che ha di fronte. Sembra già in modalità gara, mentre dentro l’atmosfera è più leggera e tra una mansione e l’altra c’è tempo per scambiare qualche chiacchiera.
A poco più di mezz’ora dall’inizio della gara, vediamo comparire l’inglese nel retro box. Mentre noi ci avviciniamo lui saluta i membri del team, poi va dritto verso uno degli ingegneri con cui c’è un breve confronto. Subito dopo torna indietro e, vicino al suo angolino, c’è come al solito Sam Village. Anche in questo caso, tra i due c’è una conversazione di circa un minuto, dopodiché l’inglese si ferma nel suo angolino in attesa. Di tanto in tanto qualche parola, ma l’impressione è quella di un ragazzo che vuole vivere quei momenti da solo con sé stesso. Lo sguardo è quasi sempre fisso in avanti, anche quando si muove per raggiungere chi lo cerca all’interno del box.
A circa 10 minuti dalla bandiera verde inizia la vestizione: tira su la tuta, sistema gli auricolari nelle orecchie e poi indossa prima il balaclava e poi il casco. Manca solo il dispositivo di sicurezza Hans, che Sam gli passa qualche secondo dopo. Rimane fermo per un paio di minuti, poi si dirige verso l’abitacolo della monoposto in cui si cala grazie all’aiuto di un meccanico che gli sistema le cinture e poi il tubicino che dal casco si collega alla sua borraccia.
Completa le operazioni giusto in tempo per noi, prima di dover scappare fuori dalla pitlane con le macchine pronte a entrare in pista.
Il giorno dopo il copione cambia leggermente perché, tra l’arrivo ai box e la vestizione, c’è l’inno nazionale da seguire in griglia. A rendere tutto più caotico, poi, ci pensa la pioggia che inizia a cadere pochi minuti prima che i piloti si rechino al varco in pitlane, pronti a passare dall’altra parte e a prendere ognuno il proprio posto. Sono le 14.40 circa, il GP inizia alle 15. Vediamo Arvid entrare e uscire dal box accompagnato da Oliver Rowland, campione mondiale di Formula E e suo mentore (“Per me è quasi come un secondo padre”, ci aveva rivelato).
Sembra tranquillo nonostante intorno regni il caos, tra i meccanici che vanno e vengono per portare tutta l’attrezzatura intorno alle monoposto. Terminato anche questo momento, tira dritto verso la sua vettura e iniziano i preparativi fino allo spegnersi dei semafori.
Lo rincontriamo per un’ultima volta dopo la gara, chiusa in dodicesima posizione a causa di un Drive Through per aver superato Gasly sotto regime di bandiera gialla, senza il quale avrebbe potuto stare tranquillamente nei dieci. Quando esce dal garage della FIA, dove avvengono le verifiche ufficiali del peso, accenna un mezzo sorriso, anche perché nei 72 giri a Zandvoort in più di qualche occasione ha regalato attacchi e difese da giù il cappello, poi si congratula con Liam Lawson - prestato alla Red Bull - per il settimo posto finale.
I due, che solitamente condividono il box, si abbracciano, poi Arvid raggiunge un gruppetto di tifosi lì nei paraggi che gli chiedono una foto e un autografo. Lui si presta senza esitare, regalando un grande sorriso a una bambina che gli aveva chiesto di firmarle il cappellino.
Lo salutiamo e lo ringraziamo, poi lo vediamo correre verso la Media Pen per le interviste di rito prima di lasciare il circuito. Sono gli ultimi istanti di un weekend pieno di momenti spesso inaccessibili.
È stata una figata.