È giovedì mattina, l’hospitality della Red Bull al centro del paddock di Zandvoort è ancora in allestimento. Quando entriamo, ad accoglierci c’è Andrea Saveri, Communications Manager del team Visa Cash App Racing Bulls. Per intenderci, l’italiana Toro Rosso di Faenza che con gli anni ha modificato più volte la propria identità. Siamo lì perché, dieci minuti più tardi, intervisteremo Arvid Lindblad, rookie e rivelazione di questa prima metà di stagione. L’inglese, da madre con origini indiane e padre svedese, classe 2007, dopo appena tre anni in monoposto tra F4, F3 e F2 si è preso il Circus con carattere: a punti al debutto in Australia, poi per sei GP di fila tra Monaco e Ungheria.
Quando arriva, dopo aver terminato degli impegni per Racing Bulls, è sorridente. Indossa una giacca con i colori del team, un pantalone baggy marrone e un paio di sneakers bianche. Outfit da vero teenager rigorosamente alla moda, verrebbe da dire. Ci salutiamo, ci presentiamo e ci sediamo attorno a un tavolo da quattro. In pochi minuti, capiamo perché nel paddock ha impressionato tutti per velocità, modo di essere e maturità.
Chi è Arvid Lindblad?
“In macchina penso di essere piuttosto aggressivo e concentrato. Cerco di cogliere ogni opportunità possibile. Provo sempre a fare del mio meglio e a sfruttare tutto quello che posso. Fuori dalla macchina amo correre”.
Fa una pausa, pensa.
“Scusate, mi si è completamente svuotata la mente. Quando sono lontano dalla pista cerco di essere un normale ragazzo di 19 anni che si diverte con gli amici e stacca dalle corse. Mi piacciono la moda e lo skateboard. Provo a vivere come un ragazzo normale lontano da casa”.
C’è stato un momento in cui questo sogno è sembrato impossibile?
“Ho sempre creduto che fosse possibile e che potesse succedere. Volevo entrare in F1 così tanto fin da quando avevo cinque anni che facevo fatica a immaginare un futuro in cui non sarebbe successo. Ho sempre saputo per cosa stavo lavorando e avevo un obiettivo preciso. Cercavo di visualizzare tutto. Ci sono stati sicuramente momenti difficili, ma non direi di aver mai perso di vista il mio obiettivo”.
Ricordi la telefonata con cui è stato annunciato a te e alla tua famiglia il tuo ingresso in F1?
“È stato un giorno davvero speciale, un momento che ricorderò sempre. Ero con mio padre e ci siamo entrambi emozionati. È un percorso che abbiamo affrontato insieme per molto tempo. Anche tutta la mia famiglia ne ha fatto parte, perché persino mio fratello ha dovuto fare sacrifici per permettermi di inseguire questo sogno. Eravamo tutti molto felici e avevamo la sensazione che ne fosse valsa la pena”.
Ti sei mai sentito in colpa per il fatto che tuo fratello abbia sacrificato parte della sua vita per te?
“Un po’, ma non direi che la parola giusta sia ‘colpa’. A volte ero semplicemente triste per non poter essere sempre presente per lui. So che mio fratello è un ragazzo molto normale e voleva passare del tempo con me e con la sua famiglia. A volte mi dispiaceva non poterlo fare, di non esserci, ma non direi di essermi sentito in colpa”.
Che sensazione hai provato a Silverstone quando hai scattato quelle famose foto nella pit lane?
“È stato davvero bello (sorride, ndr). Avevo cinque o sei anni quando sono andato per la prima volta a Silverstone. Ripetere quella foto undici o dodici anni dopo, da pilota di F1, è stato davvero speciale. È stato come ripercorrere il viaggio e mi ha fatto sentire molto orgoglioso del percorso e di quanto lontano siamo arrivati”.
Sei un rookie in questa F1, come gestisci la pressione?
“Non sento davvero pressione, mi sto divertendo. Correre in F1 è un qualcosa che ho sognato per tutta la vita. È sempre stato il mio obiettivo, quindi sto vivendo il sogno che ho iniziato a inseguire quando avevo cinque anni. Ogni volta che salgo in macchina mi diverto e vivo il mio sogno. Non sento pressione. Non lo faccio per qualcun altro. Sono molto grato a tutte le persone che mi hanno sostenuto in questo percorso, ma sono qui per realizzare il sogno che avevo a cinque anni. Ogni volta che salgo in macchina me lo ricordo e provo semplicemente a divertirmi”.
Nella pratica, invece, come ti gestisci?
“In F1 c’è molto rumore e ci sono tante cose da fare che non riguardano soltanto la guida della macchina, ma provo a non sprecare energie su questi aspetti. Sono molto fortunato ad avere intorno a me una squadra di persone molto valida. Il mio team personale è davvero ottimo. Il gruppo che mi circonda è molto forte e questo aiuta molto”.
Se ti dicessi Oliver Rowland, cosa mi rispondi?
“Un secondo padre. Conosco Ollie da quando avevo sette anni. È una parte importante del motivo per cui oggi sono qui e per me è come una persona di famiglia”.
Helmut Marko ha detto che è la velocità pura a renderti speciale. In quale area pensi di dover ancora migliorare?
“In tutte (risponde di getto, ndr.). Ogni area può essere migliorata. Sto lavorando su molte cose e sono ancora all’inizio della mia carriera”.
Si ferma un attimo, poi continua…
“Nel breve periodo devo capire meglio la macchina e imparare a gestire al meglio i weekend. Ci sono aspetti su cui lavorare nell'immediato, ma sul lungo periodo sto osservando molte aree, tra cui capire come ottenere di più da me stesso”.
Chi è il tuo riferimento in questa F1?
“Da bambino guardavo soprattutto Lewis. È britannico, è una persona di colore e sentivo un legame con lui anche perché il suo primo anno in F1 è stato quello in cui sono nato io. Era il pilota che ammiravo di più. Con il passare degli anni, direi che ora osservo soprattutto Max. Penso sia il migliore, è al livello più alto ed è quello dal quale posso imparare di più”.
Skateboard, musica: hai altri interessi al di fuori della F1?
“Mi piacciono quelli e la moda. Sono attività alle quali mi dedico quando cerco di staccare dalle corse e disconnettermi. Non direi però che siano una distrazione. Come ho detto prima, quando sono lontano dalla pista cerco semplicemente di essere un normale ragazzo di 19 anni, stare con i miei amici e vivere anche una vita separata da quella delle corse”.
Qualche mese fa è diventata virale una tua foto su un volo EasyJet. Cosa c’è dietro?
“Si può sempre costruire una storia, ma la verità è che il volo più economico era quello e quindi l’ho preso. Cerco di essere normale e di non lasciare che tutto questo mi influenzi. È molto facile che succeda e, crescendo nello sport, probabilmente non volerò sempre con EasyJet, o almeno spero. Ma non c’è nulla di sbagliato nemmeno in questo. Sono felice di farlo ogni tanto. Ero semplicemente io, in modo assolutamente genuino”.
Il prossimo passo è la patente di guida?
“Sì, sono quasi alla fine. Ci sto lavorando. Presto l’avrò e quindi basta domande sulla patente (sorride, ndr)”.
Tua madre non amava il motorsport: adesso che sei in F1?
“Penso che ancora oggi non le piaccia il motorsport. Per lei è un mondo molto diverso e qualcosa di estraneo. I miei nonni materni erano medici e lavoravano tantissimo. Erano nati in India e si erano trasferiti nel Regno Unito per fare i medici. Anche mia madre ha lavorato per tutta la vita. Mia nonna lo ha fatto fino a 83 anni. Nel ramo materno della mia famiglia lo sport non era particolarmente presente, soprattutto il motorsport, che è qualcosa di molto particolare. È un mondo diverso. Mia madre è cresciuta in una zona piuttosto povera del Regno Unito e credo che non apprezzasse alcuni degli stereotipi legati a questo ambiente. E penso che ancora oggi non lo ami”.
Ora, però, è tutto diverso…
“Sono molto fortunato. I miei genitori hanno lavorato duramente per darmi l’opportunità di fare questo. Alla fine, amo stare in macchina e penso che ogni genitore voglia semplicemente vedere felice il proprio figlio. Anche se lei non amava questo sport, ha visto che era qualcosa che mi piaceva davvero, che mi appassionava e per cui ero molto determinato. Scherzava spesso con mio padre dicendo che, se da giovane non fossi stato abbastanza bravo, avremmo potuto smettere e fare qualcos’altro. Quando ha visto quanto fossi determinato, già a sette anni, e quando le ho detto che non sarei andato all’università perché volevo entrare in F1, penso sia stata felice che ce l’abbia fatta. Questo era il mio sogno e lei vede quanto sono felice di farlo. Quindi non ama lo sport, ma ama il fatto che mi renda felice”.