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1 settembre 2026

Di Roger Federer e Novak Djokovic: perché anche i giganti piangono, lì dove la grandezza incontra il proprio limite

  • di Francesca Zamparini

1 settembre 2026

La vita è uno “spettro”, così si dice per indicare che l’esistenza è costituita da un’infinità di sfumature e possibilità. Eppure, ci pensa il tennis, con la sua spietatezza, a ricordarci che a volte può essere proprio bianco o nero. Sarà pure un caso, ma le lacrime di gratitudine di Roger Federer, accolto nella Hall of Fame, vengono seguite nell’immediato da quelle di dolore di Novak Djokovic, fisicamente provato dopo l’eliminazione dallo US Open. Due storie di grandezza, unite dalla genuinità che solo le lacrime sanno restituire, di chi il campo lo ha già lasciato e di chi, invece, continua ostinatamente a restarci
Di Roger Federer e Novak Djokovic: perché anche i giganti piangono, lì dove la grandezza incontra il proprio limite

Da una parte, Roger Federer, fresco di introduzione nella Tennis Hall of Fame. Dall’altra, Novak Djokovic, reduce dall’eliminazione dallo US Open. Da una parte, la celebrazione del Re ormai lontano dalle scene, portavoce di ricordi sportivi indelebili, ma anche e soprattutto di grazia e sensibilità. Un’eredità di raro spessore. Dall’altra, i capitoli finali del più vincente di sempre, protagonista di un tennis segnato da principi inamovibili e dalla religiosa venerazione del sé. Il guastafeste diventato sovrano, alla costante ricerca dell’immortalità. 

Per uno strano scherzo del destino, due degli eventi più significativi del tennis recente hanno avuto luogo a poche ore di distanza. Tutti aspettavamo l’ingresso del Maestro tra i Grandi. Nessuno immaginava l’addio prematuro del Djoker all’ultimo Major stagionale. La cosa che più colpisce non sono i fatti in sé, una cerimonia e una sconfitta, ma piuttosto il modo in cui le trame dell’una e dell’altra abbiano deciso di intrecciarsi. 

Lacrime. L’espressione umana per eccellenza, ma che nello sport viene spesso obiettata da obblighi e doveri, da tacita fatica e la maschera del sacrificio. Due sono le lacrime che nel tennis hanno trovato rifugio in queste ore, nate da sentimenti opposti, eppure capaci di raccontare la stessa storia di grandezza. La commozione di Federer nasce dalla consapevolezza di aver restituito tutto a quello sport che, tutto, glielo aveva dato per primo, dalla gratitudine per una carriera e una vita meravigliose.  La sofferenza di Nole ha origine dall’ostinata voglia di restare, da un fisico che presenta un conto salatissimo, ma che nell’ostinazione trova una degna avversaria. Come se nella fine del viaggio di una leggenda si riflettesse il vicino tramonto di un’altra.

Roger Federer

Di leggende si parla poco, si contano sulle dita di una mano. Esserlo significa avere alle spalle anni di sacrifici, un amore viscerale per la disciplina e, certo, anche un pizzico di follia. Perché essere i più bravi in qualcosa comporta necessariamente una certa dose di ossessione.

Anni, ventitré sono quelli trascorsi dall’ultima volta in cui nessuno dei Big 3 era riuscito a raggiungere il secondo turno di uno Slam. Un punto di rottura, che ci sveglia dal torpore e ci fa pensare forse un po’ troppo. E se la fine fosse vicina? La nuova generazione è già al comando del ranking, ma siamo davvero pronti alla fine di un’era? Del resto, finché Nole gioca, la storia è salva. Non che sia uno dei motivi per cui continui a rincorrere la pallina, no, quello è solo nella nostra testa. La consapevolezza di essere l’ultimo capostipite c’è, ma non è certo il motore che lo fa andare avanti. Per quello ci sono i dati: nell’ultimo anno il serbo ha raggiunto due semifinali Slam. Chi dice che siano state le ultime?

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Abbiamo visto che cosa il tennis abbia provocato nel corpo di Rafa Nadal, in quali condizioni abbia giocato e quale sia stato il livello di difficoltà degli ultimi incontri. E allora la grandezza di cui parlavamo sta anche nel sapere quando fermarsi, indipendentemente dai forse. Non definire chi sappia affrontare meglio il declino, ma stabilire che, in qualunque modo lo si faccia, non potrà mai cancellare quello che c’è stato.

Come a piangere non è mai stato soltanto il Federer tennista, ma anche e soprattutto l’uomo che, oltre il talento, custodiva un bagaglio di umiltà e sensibilità rare, così a piangere non è stato solamente il Djokovic lottatore, ma anche l’essere umano frustrato e impotente. A piangere sono giganti che possono guardarsi indietro e riconoscere il significato di quello che hanno realizzato. A piangere è un Djokovic che soffre, nel vero senso del termine, appesantito da un malessere corporeo che lo abita già da un po’. Sarà che non è ancora arrivato il momento, ma al più forte di tutti, quando sarà, ci sentiamo di augurare di poter abbracciare la linea del traguardo, sapendo che ci penseranno il campo e la gente a tramandare le storie. Così come hanno fatto con Re Roger.

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