Il lupo: simbolo di audacia e connessione spirituale nella tradizione balcanica, ma anche animale nazionale della Serbia. Con questa definizione si apre il documentario “Novak Djokovic: il lupo d’inverno”, come a mettere in chiaro immediatamente i due punti nevralgici che hanno da sempre contraddistinto il fuoriclasse di Belgrado. Uno, la profonda cura di mente e corpo. Due, il radicato patriottismo. Non per altro la prima ripresa svela un Djokovic intento nella meditazione, seduto sull’erba a gambe incrociate, rivolto verso un paesaggio silenzioso di montagna. Un’immagine, questa, che potrebbe stupire i non addetti ai lavori, chi di tennis ne fa solo racchetta e pallina, ma che fa sorridere chi questo sport e i suoi protagonisti li sviscera, chi di Nole conosce bene l’approccio salutista, quasi al limite del religioso.
Le origini, la guerra, l’amore per la patria
Novak si racconta da quando mamma e papà aprirono un ristorante in montagna, per poi costruire anche due campi da tennis. L’inizio di tutto, nella cittadina di Kopaonik, all’età di quattro anni. Dalla prima racchetta, alle lezioni, per poi finire con l’iscrizione a un camp. L’intervento dell’allenatrice Jelena Genčić è stato solo il primo di tanti, ma sufficiente per far comprendere a una umile famiglia che il proprio figlio maggiore avrebbe fatto grandi cose. A dodici anni il trasferimento in Germania, per allenarsi da Nikola Pilić, una leggenda che ci ha lasciato nel 2025 e che ha rappresentato non solo un valido giocatore, ma anche uno dei più rispettabili allenatori che il tennis abbia mai forgiato. Una sola richiesta incombeva sul capo di un ragazzino che di lì a poco sarebbe stato costretto a crescere in fretta: dedizione totale al gioco. I prestiti richiesti erano ormai diversi, i risparmi della famiglia Djokovic erano stata completamente assorbiti dai sogni del primogenito e papà Srdjan chiedeva sacrificio per poter ripagare gli investitori con i futuri successi. Altrimenti, il ritorno a casa sarebbe stato d’obbligo.
Un percorso sfregiato dalle guerre jugoslave che imperarono a partire dal 1991 e che fecero diminuire le palline da tennis e aumentare le bombe. Viste con i propri occhi, quando inciampato e caduto a terra in una sera di fuga, Djokovic assistette allo sganciamento di due ordigni. Senza andare troppo nel dettaglio delle cupe dinamiche dietro a uno dei periodi più bui della storia europea, è bene però ricordare una parola: “inat”. Così i serbi definiscono quella convinzione orgogliosa, quello spirito ribelle e ostinato che così tanto li rappresenta, oggi come all’ora. E viene naturale ritrovare questa caratteristica anche tra le righe di un campo da tennis, quando Novak Djokovic esprime la sua arte.
Con l’oro vinto alle Olimpiadi parigine dello scorso anno, Nole ha finalmente chiuso un cerchio e si è liberato da quella prigione mentale costruita attorno alla medaglia dei cinque cerchi. Un pianto e un urlo liberatorio e poi l’abbraccio con tutto il suo box. Il ritorno a casa, a Belgrado, è la perfetta rappresentazione di quello che la Serbia significa per lui e viceversa. Un mare di folla e un discorso di cuore e orgoglio, un legame indissolubile che ricordiamo dall’ormai lontano 2020, quando forti mobilitazioni erano scoppiate nel Paese contro la detenzione a Melbourne dell’idolo di casa a causa del mancato vaccino da Covid. Ma questa è una storia per dopo.
Il disturbatore nel segno della disciplina e della rabbia
A 17 anni Djokovic debutta agli Australian Open nel tabellone principale. Si dimostra da subito promettente e condisce il talento con la simpatia. Ancora oggi, il mondo intero lo ricorda come “The Joker”, il giullare, per via di un carattere dalla grande autoironia, che nei primi anni tra i grandi lo rese protagonista di siparietti comici e imitazioni in campo. Il pubblico, all’epoca, non era solamente diviso dinanzi a tanta sfacciataggine, lo era anche e soprattutto sul piano del gioco, abituato da sempre a vedere il tennis come bianco o nero: Borg o McEnroe, Sampras o Agassi, Federer o Nadal. Eppure, Nole aveva altri piani.
Pete Sampras, intervistato, lo riassume con i termini “velocità” e “flessibilità”, un livello di atletismo senza precedenti. Rafael Nadal rincara la dose, ammettendo quanto fosse estremamente intenso, tanto che, a volte, dare il massimo non era sufficiente. Ma non tarda ad arrivare quella fragilità che lo ha poi spronato a essere il giocatore che è oggi. Novak Djokovic soffriva gli incontri lunghi, subiva dei cali fisici, le partite che contavano di più, nei Major, erano sempre e soltanto di Federer e Nadal. E allora, la palestra, la mentalità, l’alimentazione, tutto divenne il motore dietro a uno stile di gioco che di lì a poco non ebbe vie d’uscita per nessuno, specialmente nel 2011. Anno del numero uno, anno di tre Slam su quattro.
Le voci si fanno sempre più insistenti, veste i panni del party crasher e lo fa in grande stile. Diventa ben presto uno dei giocatori meno amati, o per lo meno tra i più contraddittori: un talento incommensurabile accompagnato da emozioni forti che dovevano necessariamente uscire allo scoperto. E così Nole diventa rabbia, grida e racchette spezzate. Rivela, a tratti, quell’espressività così tanto celata in gioventù, forse una liberazione per quel ragazzino che era stato inghiottito da responsabilità più grandi di lui e da un rigore imposto dai debiti di famiglia, il tutto in un Paese in guerra. Allora Novak Djokovic non è davvero stato il cattivo della situazione, è solo che, come dicevamo, il tennis non era ancora pronto per un copione a tre. Quello che è certo è che, oggi come all’epoca, il tifo contro e qualunque infelice uscita proveniente dagli spalti si trasformano in motivazione per una mente che non guarda all’ostacolo, ma pensa già a come smentirlo.
Melbourne, tra passato e presente
Ed ecco che la questione più spinosa sul curriculum di Novak Djokovic fa capolino sul finale, quando il racconto tocca il punto nevralgico dell’espulsione dall’Australia nel 2020. Una situazione che più che spezzare l’opinione pubblica, l’ha canalizzata contro il serbo, il quale a detta sua non ha fatto nulla di male. In sintesi, Nole ha voluto chiarire come la prova di aver avuto il Covid nei sei mesi precedenti all’evento fosse sufficiente e contemplata dalle regole. Aggiunge che sia stata una farsa politica, avendo poi scoperto che un altro giocatore e un coach fossero poi effettivamente entrati sotto le stesse condizioni da lui presentate. La convinzione di aver preservato il suo corpo (da un vaccino per cui non si è mai dichiarato contro o a favore) supera di gran lunga la generale consapevolezza che, in una pandemia, il singolo può inficiare gli altri. Si potrebbe dire che inserire questo spezzone tematico nel documentario sia stato un modo per rivelare al mondo la (sua) verità, per scrollarsi di dosso le ombre di un passato ormai lontano ma ancora pesante. Un tentativo, tuttavia, zoppicante, relativo a una fragilità globale più rilevante di tutto il rispetto per sé stessi e i propri valori.
Il progetto si conclude con la cavalcata agli Australian Open 2025, l’edizione della magistrale rimonta a Carlos Alcaraz, ma anche del ritiro in semifinale contro Alexander Zverev.
Il peso del “non essere mai abbastanza”
Padre e marito, prima ancora che tennista. La certezza che, ora, le priorità siano altre, ma sempre accompagnate dalla stessa, insistente seccatura: quella di “non essere mai abbastanza”. All’uscita dal campo dopo il ritiro in semifinale a Melbourne contro Zverev, il pubblico fischiò Djokovic come se non fosse evidentemente infortunato. Il prezzo del biglietto contro la salute di uno dei due gladiatori. Ma quando si tratta di Nole, non è mai come sembra. Dietro a quegli schiamazzi, come dietro a ciascuno degli scontri con il pubblico avuti in carriera, si cela molto di più. Howard Bryant, giornalista coinvolto nel documentario, trova la perfetta motivazione che alimenta quell’irrazionale provocazione che così spesso la gente ha dedicato al serbo: “Se avesse vinto 15 Major le persone impazzirebbero per lui, perché questo farebbe di lui uno dei campioni migliori di sempre, ma senza minacciare Roger e Rafa. Il pubblico lo amerebbe di più se non avesse minacciato l’ordine”.
Una vita e una carriera trascorse a superarsi e a superare gli avversari. Nole Djokovic è l’emblema del guastafeste che ha da sempre lottato contro i fantasmi di una rivalità perfetta che non gli spettava. Una trama che ha dovuto riscrivere con la forza del duro lavoro e di una mentalità di ferro. Dopotutto, però, è difficile pensare che quell’amore ricevuto ma mai totale e mai certo, non gli abbia provocato dolore. Perché si può essere il più vincente della storia del tennis, ma l’eredità va ben oltre i numeri.