Alex Schwazer divide. E come potrebbe non essere così. Prima oro olimpico, poi atleta pop con la pubblicità del Kinder Pinguì, poi dopato incallito e recidivo per qualcuno, vittima del sistema per altri, la serie Netflix, Le Iene, libri, film e documentari... Alla luce di questo erano inevitabili le reazioni che hanno seguito l'annuncio delle terza positività dopo la gara del 26 aprile. Immediatamente si è instaurato il tribunale del web, con la sua ghigliottina pronta a tagliare teste e a decretare colpevolezza. Ma se sugli inquisitori da tastiera non c'è niente di cui stupirsi, forse il caso di Alex Schwazer può essere (di nuovo) un'occasione per parlare del funzionamento e delle garanzie che regolano i controlli antidoping. E forse varrebbe la pena portare nello sport un po' di quell'ispirazione garantista che cerca di mettere al centro la tutela dei diritti fondamentali dell'individuo contro i possibili abusi di potere, per prendere in prestito dalla giurisprudenza alcuni strumenti concettuali per una riflessione più lucida su quello che sta succedendo.
Il punto di partenza è semplice: un controllo antidoping non è un processo penale, e non lo è per scelta. Il sistema costruito attorno al Codice WADA è nato come procedimento disciplinare, fondato sul vincolo associativo tra atleta e federazione, e per questo si è sempre potuto permettere di derogare a molte delle garanzie che diamo per scontate nel diritto penale. Ma varrebbe la pena di valutare l'ipotesi di un'inversione di tendenza, anche perché gli atleti la chiedono spesso a gran voce. Infatti, quello del controllo antidoping, è sostanzialmente un meccanismo inquisitorio, o quantomeno fortemente asimmetrico. Accusa, istruzione e giudizio convivono nello stesso ecosistema, quello gestito dalla WADA. Un problema che l'ex allenatori di Schwazer e paladino dell'antidoping Sandro Donati ha ben delineato in un'intervista a Fanpage: “L'Italia è uno dei paesi dotati di una legge penale sul doping, la legge 376 del dicembre del 2000. Legge che prevede il concetto base di evitare la sovrapposizione tra controllore e controllato perché attualmente questa è la situazione: il sistema sportivo controlla se stesso. La legge prevede che il soggetto che svolge i controlli sia un soggetto terzo, precisamente il Ministero della Salute. Ma sa che cosa è accaduto? Hanno smantellato pian piano la legge. Hanno cominciato chiudendo tutti i laboratori tranne quello di Roma. Seconda mossa: il laboratorio che rimaneva non poteva andare alle dipendenze del Ministero della Salute e così è ancor oggi alle dipendenze del sistema sportivo, cioè della WADA. Terzo: il Ministero della Salute può effettuare controlli soltanto nel mondo amatoriale, fino a che non hanno stretto ulteriormente la vite e il Ministero non fa più controlli”. Il motivo? Secondo lui: “Nel periodo in cui il Ministero della Salute effettuava i controlli, le percentuali di positività erano 7-8 volte maggiori di quelle che prende il sistema sportivo...”.
Si potrebbe obiettare che un giudice terzo esiste: il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, che rappresenta l'istanza di appello a cui l'atleta può rivolgersi contro le decisioni della propria federazione o della WADA. È vero, ed è un contrappeso che andrebbe riconosciuto. Ma la sua terzietà riguarda il giudizio, non la prova: il TAS valuta la fondatezza di una decisione presa sulla base di analisi già condotte da un laboratorio unico, accreditato dallo stesso sistema che ha istruito l'accusa.
Poi, sempre sul fronte delle garanzie, c'è il problema della prova. In un processo penale una prova vale come tale solo se nasce già dentro un sistema di garanzie condivise. Ad esempio, quando serve una valutazione tecnica, accusa e difesa si affidano ai propri consulenti di fiducia, che possono assistere alle operazioni del perito, nominato dal giudice terzo. Nell'antidoping questo contraddittorio non esiste. Il laboratorio che analizza il campione è unico, accreditato dalla stessa WADA che istruisce l'accusa e gestisce la catena di conservazione del campione. L'atleta può limitarsi a chiedere la controanalisi del campione B, ma sempre dentro lo stesso laboratorio, con le stesse regole, nello stesso sistema che ha già emesso il primo verdetto. Il sistema è fatto per garantire uniformità e tracciabilità, ma senza lo sguardo dell'atleta rischia di prestare il fianco ad abusi.
È uno squilibrio che Donati cerca di correggere da oltre dieci anni: “Devo fare una doverosa premessa: da più di 10 anni io porto avanti una battaglia affinché l'atleta abbia una sua garanzia, vale a dire che durante il controllo antidoping venga riempita una terza provetta, poi debitamente sigillata e che venga messa in un laboratorio accreditato, inaccessibile a una singola parte”. È quello che, informalmente, ha cercato di fare nella vicenda Schwazer.
Intanto, ieri la NADA tedesca ha comunicato che non procederà all'esame dell'urina “residuale” del controllo del 26 aprile, consegnata direttamente dagli addetti dell'entourage di Schwazer, perché quell'analisi non risponde alle procedure previste dal Codice e perché non sussiste una chain of custody ai sensi del WADC, del NADC e dell'ISL. E a questo punto Schwazer ha annunciato che rinuncerà anche alla controanalisi della prova B. Come aveva già annunciato, non lotterà, perché “Non ho la forza e né l'energia per farlo. Non mi interessa più nulla”. Una rinuncia che lui motiva con la mancanza di fiducia nella stessa istituzione già coinvolta, a suo dire, in varie irregolarità legate al controllo del 2016 — vicenda su cui il Tribunale di Bolzano, in seguito a un procedimento di incidente probatorio, ha parlato di un accertamento con “alto grado di credibilità razionale” di alterazione dei campioni d'urina di Schwazer, per farle risultare positive. Quel procedimento si chiuse con l'archiviazione totale di Schwazer per “non aver commesso il fatto”, e il giudice arrivò a trasmettere gli atti alla Procura ipotizzando reati — falso ideologico, frode processuale, diffamazione — a carico di chi avrebbe manipolato le prove. Quella sì, valutazione formulata da un giudice, all'esito di un procedimento giudiziario vero e proprio.
Ed è da qui che dovremmo ripartire, perché se Alex Schwazer sia colpevole o innocente non possono deciderlo i social né una sola provetta, ma bisognerebbe chiedersi piuttosto se un sistema che controlla se stesso, e che oggi nega a un atleta la possibilità di costruire una prova alternativa richiamando garanzie procedurali che non si è mai voluto dare, non meriti standard di tutela più vicini a quelli che il diritto penale riserva a chi rischia la libertà. Perché per un atleta un'accusa di doping è infamante, paralizzante, capace di mettere il punto a una carriera e di cancellare quella precedente, per ripartire non da un foglio bianco ma da uno con scritto a caratteri cubitali: dopato. Ragionevole dubbio, una formuletta che nello sport non esiste, sostituita da una responsabilità oggettiva che si accontenta di una presenza chimica per condannare, lasciando all'atleta l'onere di dimostrare. Forse è arrivato il momento di chiederci se questo basti ancora.