Alex Schwazer è stato squalificato, di nuovo. Nel suo sangue e nelle sue urine dopo la gara Kelsterbach dove aveva migliorato il record italiano sulla distanza della maratona di marcia sono state trovate tracce di EPO. Una sostanza già tragicamente nota alla nostra nazione quella a cui fu trovato positivo anche Marco Pantani dopo la celebre tappa di Madonna di Campiglio, quella a cui fu trovato positivo lo stesso Alex Schwazer la prima volta nel 2012. L'EPO, eritropoietina, stimola la produzione di globuli rossi, aumentando il trasporto di ossigeno ai muscoli e quindi la capacità aerobica, per questo è particolarmente “indicata” per gli sport di resistenza. La notizia, ormai già di qualche giorno fa, presta il fianco a facili narrazioni. Il dopato cronico, l'ossessione per la vittoria, Icaro che nel tentativo di arrivare al Sole finisce con il precipitare, per la terza volta. Ma la questione è più profonda, più sottile e più torbida di così. Perché, se si guarda solo all'esito, si perde tutto quello che è successo intorno. E nel caso di Schwazer, “intorno” ha sempre pesato quanto, se non più, del dato in sé.
Bisogna riavvolgere il nastro. Alex Schwazer è stato uno dei migliori marciatori della sua generazione, poi, dopo un calo di prestazioni, ha preso l'infausta decisione di doparsi. EPO per l'appunto, acquistato in proprio in una farmacia ad Antalya in Turchia e autosomministrato in segreto per tre settimane, nel luglio del 2012. È stato beccato praticamente subito e squalificato, fine della storia.
Durante la squalifica sembra redimersi e prepara il suo grande ritorno, sportivo e morale, allenandosi con Sandro Donati, simbolo dell'intransigenza antidoping nello sport. L'obiettivo fissato sono le Olimpiadi di Rio ma arriva la seconda squalifica, molto meno netta e “pulita” della prima. Viene trovato positivo al testosterone ad un controllo programmato con un insolito preavviso di due settimane e fissato all'alba del giorno di capodanno. Le due provette di urina vennero trasferite a Stoccarda, sede del service che fece il controllo antidoping, e prima dell'arrivo ai laboratori WADA di Colonia rimasero per quasi un giorno incustodite. L'etichetta riportava “Racines”, la residenza di Schwazer, e non il codice alfanumerico previsto dalla prassi antidoping per garantire l’anonimato degli atleti. Nonostante questo una prima analisi diede esito negativo, ma ad aprile il campione fu scongelato e, rianalizzato, diede esito positivo. In sede di indagini giudiziarie ad insospettire i RIS fu il comportamento insolito del laboratorio di Colonia, che consegnò ai Carabinieri, con un anno di ritardo, quantità di campione inferiori a quanto concordato. E secondo il legale di Schwazer, lo stesso laboratorio avrebbe tentato di fornire all'autorità giudiziaria italiana una provetta diversa da quella originale, respinta dai magistrati. Inoltre l’ipotesi di una manomissione, per la difesa, è dimostrata anche dalla concentrazione anomala di Dna. Schwazer urlò al complotto, la giustizia italiana gli diede ragione archiviando il procedimento penale contro di lui per “non aver commesso il fatto”, ma per la giustizia sportiva rimase colpevole e fu condannato ad 8 anni di squalifica.
Oggi, dallo stesso laboratorio di Colonia, arriva la terza positività. Sandro Donati, fiutato il pericolo, è riuscito in via del tutto straordinaria a portare a casa una terza provetta di urina, residuo del controllo. Non è la prassi: normalmente il residuo non analizzato viene smaltito sotto gli occhi dell'atleta, senza che nessuno possa conservarlo. Ma quella provetta è l'unica possibile prova di una manipolazione. L’urina infatti ha dei marker specifici che cambiano giorno dopo giorno. Perciò quelli del 26 aprile sono specifici e individuabili in entrambe le provette. Insomma, se i marker coincidono e c'è EPO anche lì, cade ogni dubbio. Se non coincidono, o se quella provetta semplicemente non risulta riconducibile allo stesso prelievo, è la difesa di Schwazer a vacillare. Ma se coincidono e l'EPO non c'è sarebbe una prova di manomissione. Schwazer ha detto che vorrà le controanalisi solo a condizione che venga esaminata anche questa terza provetta, altrimenti rinuncerebbe persino al diritto, sacrosanto e previsto dal regolamento, di chiedere la verifica sul campione B. È una scelta che si può leggere in due modi opposti, come la mossa di chi è così sicuro della propria innocenza da voler giocare ogni carta a disposizione, comprese quelle che la prassi normalmente non prevede. O come stanchezza vera, quella di un uomo di 41 anni che ha già consumato un'intera carriera (e vita) in tribunali sportivi e ordinari e che, ormai, non ha più fiducia nella giustizia, nelle istituzioni e nelle procedure.
Ma poi, doparsi oggi, per Schwazer, che senso avrebbe? Quando sarebbe stato pressochè certo un controllo antidoping. Nel 2012 il calcolo, per quanto miserabile, una logica perversa la aveva. Oggi ha 41 anni, due figli, un lavoro lontano dallo sport, ed era tornato a correre per chiudere in pace con la propria storia. Il rischio enorme, il guadagno quasi nullo. Non prova nulla, ci si dopa anche senza movente, ma è un'assenza che la narrazione del recidivo incallito preferisce ignorare.
La verità brutale è che c'è qualcosa che non torna ed è questo che dovrebbe far riflettere. Per questo, anche chi non è disposto a credergli sulla parola, dovrebbe augurarsi la stessa cosa: che si faccia chiarezza fino in fondo, senza condizioni capestro da nessuna parte. Non per fare un favore a Schwazer, ma allo sport, a un sistema che non può permettersi il sospetto di aver sbagliato le basi una volta, figurarsi due.