Questa vittoria Kimi Antonelli la voleva più di ogni altra cosa. Non per il Mondiale, con una classifica ormai ampiamente a suo favore, ma per se stesso. Per l’ego del pilota, per mandare un altro segnale e per legittimare, come se ce ne fosse davvero bisogno, un Mondiale che è ormai soltanto una questione di quando.
Per capirlo, basta guardare a due momenti del GP e poi al cronologico dei tempi. Il primo, la partenza. Semplicemente fenomenale nonostante una pressione enorme sulle sue spalle. Con Max Verstappen di fianco in griglia, quel cagnaccio capace di intimidire chiunque soltanto per la sua reputazione. Eppure, lui sembra non curarsi di niente. Quando si spengono i semafori, la sua Mercedes scatta in avanti come un fulmine, talmente tanto da avere già qualche metro di vantaggio in staccata di curva uno.
Da quel momento in poi è un metronomo. Infila 24 giri da martello, in totale controllo della situazione con gli altri che lo inseguono da lontano. Nessuna sbavatura, nessun track limits. Niente di niente.
Al giro 25, poi, la Mercedes lo chiama ai box. E qui dimostra ancora una volta quanta voglia avesse di prendersi questo successo da record, il nono di una stagione da fuoriclasse assoluto. Entra in pitlane e, nonostante non ce ne fosse alcun bisogno, sfrutta ogni millimetro della corsia box, in derapata e col posteriore della sua W17 che parte verso il muro esterno. Lui tiene giù il piede fino alla riga bianca, quando inserisce il limitatore. “Vado al massimo” cantava Vasco e in Texas lui ha fatto lo stesso.
Una gara da campione del Mondo anche se la possibile festa è posticipata al Messico, tra sette giorni. È lì che adesso avrà il prossimo match point: i punti di vantaggio dopo il capolavoro del COTA, senza dimenticare quel giro a cannone per prendersi la pole position, sono 123 su George Russell e 124 su Lewis Hamilton. Per conquistare il titolo, qualora uno dei due vincesse il prossimo GP, gli basterebbe un nono posto. Se una vittoria di Russell non dovesse arrivare, invece, basterà la decima posizione.
“È così che si fa!”, esclama in radio una volta tagliato il traguardo, dopo che Bono - Peter Bonnington, il suo ingegnere di pista - gli dice che è stato semplicemente sensazionale. Poi, una volta sceso dalla sua W17 in parco chiuso, racconta: “Era un risultato che ci serviva, il team lo meritava tantissimo. Abbiamo lavorato tantissimo per portare il nuovo pacchetto di aggiornamenti e alla fine siamo riusciti a capirlo e sfruttarlo. Oggi, siamo stati perfetti”. E sul Mondiale parla chiaro: “So che siamo vicini, speriamo di concludere presto, ma voglio vincere altre gare”.
Il Texas, quindi, non potrà che lasciarlo con un gran sorriso stampato in volto, lo stesso che si è intravisto quando ha aperto la visiera del suo casco una volta terminata la gara. Gli brillavano gli occhi, consapevole di aver fatto tutto alla perfezione dall’inizio alla fine.
Sta vivendo il suo sogno, quello che soltanto dodici mesi fa sembrava impensabile. E in pista, un weekend dopo l’altro, sta dimostrando di essere sempre più completo, una versione sempre migliore rispetto a quella della gara precedente: questa volta, a impressionare è il modo in cui ha gestito le gomme, oltre a quella solita pressione che sembra non toccarlo. Si diverte e fa divertire, al tempo stesso bastonando i suoi avversari.
Ormai, non conta più nemmeno il confronto con George Russell, ottavo sotto la bandiera a scacchi dopo una gara in cui si è parlato di lui solo per una penalità rimediata nei primissimi giri, per aver tratto vantaggio dopo essere finito lungo in Curva 12. Annichilito, ancora. Doveva essere il gran favorito per il Mondiale e, invece, da questo 2026 ne esce con le ossa rotte.
Intanto, in Texas c’è un nuovo sceriffo in città. Ha vent’anni e si prepara a diventare il Campione del Mondo più giovane della storia della F1. Un’impresa che definire storica è riduttivo. I giochi sono quasi chiusi.