Jeremy Clarkson stavolta l’ha fatta grossa e ha fatto infuriare lo stesso team che ad Austin l’aveva invitato per il GP di F1. Gli è bastata una battuta, in perfetto stile Clarkson. L’ex conduttore di Top Gear e The Grand Tour era nel paddock del COTA per seguire le qualifiche del GP degli Stati Uniti, ma la giornata la ricorderà probabilmente per altri motivi. Intervistato in diretta da Sky Sports UK, ha commentato la penalità di Franco Colapinto, costretto a scontare dieci posizioni in griglia di partenza per aver sostituito la centralina della power unit Mercedes sulla sua Alpine.
Clarkson, com’è solito fare, l’ha buttata in caciara, spingendosi però un po’ troppo in là: “Franco ha preso una penalità per il fatto di essere argentino, probabilmente. O almeno, io gli avrei dato una penalità per questo motivo, ma giusto per quello che è successo quando noi siamo andati lì”.
Il riferimento è a quanto successo nel 2014, quando la troupe di The Grand Tour era in Patagonia per delle riprese. Al centro delle polemiche, allora, ci andò a finire la Porsche 928 del conduttore, targata “H982 FKL”. Non una sigla qualsiasi, ma un chiaro rimando alle Falkland, o Malvinas per gli argentini, che aveva scatenato proteste e lanci di pietre contro la troupe a Ushuaia.
Il richiamo alla guerra combattuta proprio in quel territorio nel 1982 tra Regno Unito e Argentina non era piaciuto affatto. Ad Austin, dodici anni dopo, c’è cascato di nuovo e la battuta non è passata inosservata nel paddock, facendo infuriare l’Alpine di cui, oltretutto, era ospite. “Siamo a conoscenza di quello che un ospite della nostra squadra ha detto durante un’intervista in televisione, qui a Austin. Franco è un nostro pilota e ha il nostro pieno supporto”.
Ad intervenire con toni ancor più netti è stato poi Jamie Campbell-Walter, manager di Colapinto: “I commenti di Jeremy Clarkson riguardo la nazionalità di Franco sono totalmente inaccettabili. Non c’è spazio per frasi di questo tipo in F1, a prescindere da chi le pronunci e dal fatto che si trattasse di una semplice battuta. Abbiamo lavorato duramente per promuovere il rispetto e mettere un freno alle ostilità e agli abusi online, ma il rispetto deve esserci da entrambe le direzioni. Non possiamo chiedere alle persone di comportarsi responsabilmente e poi però anche di dover accettare commenti come questo da parte di figure di primo piano che visitano il paddock”.
Attaccare Franco, seppur goliardicamente, è significato attaccare l’Argentina intera. E infatti, la reazione dei tifosi non si è fatta attendere: basta farsi un giro su X dopo aver digitato “Clarkson” come query per farsi un’idea. Sarcasticamente, per rimanere su uno stile tanto avvezzo al conduttore, verrebbe da dire che stavolta ha giocato con la tifoseria sbagliata. La meno raccomandabile, per certi versi, spesso condannata per l’attaccamento a tratti tossico verso il proprio beniamino.
Non è la prima volta, comunque, che una cosa simile accada. Nel 2005, durante una puntata di Top Gear, aveva fatto scalpore una battuta sul navigatore satellitare della Mini (marchio di proprietà BMW), dicendo che “porta solo in Polonia”. Un riferimento all’invasione nazista del 1939 che aveva scatenato milioni di polemiche, ma che per sua fortuna non ne aveva intaccato la carriera.
Stavolta, però, il contesto è diverso, soprattutto perché anche in F1 si sta parlando tantissimo di rispetto da promuovere e abusi da condannare. In pratica, tutto l’opposto di ciò che ha fatto l’inglese, a prescindere da qualsiasi intenzione. Non benissimo nemmeno per uno abituato a finire al centro delle polemiche. Ne ha combinata un’altra delle sue e non gli è andata benissimo. C’era da aspettarselo: anche perché, a giocare sempre col fuoco, prima o poi ci si brucia.