Mattighofen è come il Natale: non è più come una volta, quando era tutto inconfondibilmente austriaco e orgogliosamente arancione. Sia inteso: l’arancione di KTM c’è ancora e, da come la raccontano, è anche ufficialmente salvo dopo aver rischiato di scomparire, ma quali saranno le nuove tonalità è da decidere. E da capire. Perché ok che c’è chi festeggia il ritorno all’autenticità del marchio, ma c’è pure chi, con un filo di sempre doveroso cinismo, si chiede se l’operazione di questi giorni non sia altro che un gioco di prestigio contabile. La notizia è che KTM ha incassato un prestito di 550 milioni di euro da un pool di banche internazionali. Bene? Sì, certo, se non fosse che più di metà di quella montagna di soldi serve a scappare dall'abbraccio, diventato troppo stretto, dei partner indiani di Bajaj. Ossia quelli del colosso che l’anno scorso ha messo sul tavolo 450 milioni per evitare che a Mattighofen mettessero i lucchetti ai cancelli con buona pace di una storia e di migliaia di posti di lavoro.
Ora KTM paga i debiti e ha ricominciato a marciare. Solo che quei debiti li paga con altri debiti, cercando sì di riprendersi le chiavi di casa, ma rischiando pure grosso. Il prestito quinquennale, secondo quanto riferisce la stampa austriaca, arriva con tassi che ballano tra il 5% e il 9% e una clausola strana: niente dividendi. Gli azionisti, insomma, resteranno a bocca asciutta finché l’ultimo euro non sarà tornato nelle casse delle banche. In pratica, si lavorerà per la sopravvivenza e non per il profitto immediato. La produzione è ripartita, le concessionarie ricominciano a vedere le moto, lo slogan "Ready to Race" torna a essere ostentato. Ma i “ma” restano oggettivamente tantissimi.
Anche perché con il nuovo assetto in Austria resteranno l'orgoglio, il design e l'assemblaggio dei modelli top, quelli che servono a nutrire il mito, ma tutto il resto - il volume, la fascia media, la ciccia che fa girare i numeri - si sposterà definitivamente in India. Rajiv Bajaj, il grande capo del colosso indiano, è stato chiaro: la redditività non abita più in Europa da un pezzo. Mattighofen, quindi, è destinata a diventare una boutique di lusso dalla realtà industriale che invece era. È la globalizzazione, dicono. O forse è l'unica via per non finire nel libro dei ricordi.
E la MotoGP? In questo scenario di ristrutturazione selvaggia ci sarà un prezzo da pagare anche lì. Il più salato sarà dover salutare Pedro Acosta, ormai pilota Ducati per il 2027 anche se da KTM continuano a smentire e da Ducati non hanno alcuna fretta di formalizzare. Il nuovo nome su cui puntare tutto? Alex Marquez, ma è chiaro che il peso specifico è differente tra chi andrà via e chi arriverà, anche se il cognome è il più pesante possibile. Per quanto riguarda gli altri piloti, invece, è ancora tutto da decidere. Chi sembra avere già una garanzia in tasca è Maverick Vinales, ma dovranno arrivare i risultati e l’inizio della MotoGP 2026 in Thailandia per lui è stato deludente. Brad Binder avrà comunque una porta aperta, mentre Enea Bastianini starebbe già vivendo da separato in casa e con un mezzo accordo già trovato con Yamaha per il 2027. Solo che, se persino nello spietato mercato, KTM avrà cinque anni per ripagare la fiducia e dimostrare di meritare il futuro, in MotoGP tutto questo tempo non ci sarà.