Nelle qualifiche Sprint di Singapore è successo di tutto. A chiuderle in testa è stato Max Verstappen, nonostante il giallo legato a un episodio a inizio sessione, ma l’attenzione ancor prima della bandiera a scacchi è andata tutta alla Fia e a queste macchine troppo complicate da gestire persino per la stessa Federazione. Dopo la crisi software nel giro di formazione a Sepang, a Marina Bay succede lo stesso.
Per capire cosa non ha funzionato bisogna tornare a pochi minuti dalla fine della SQ1. Sergio Perez tocca il muro alla curva 5 e la sua Cadillac perde l’ala anteriore, lasciando pezzi sparsi sull’asfalto. Bandiera rossa, commissari in pista e qualifica ferma per un po’. Quando si riparte restano sei minuti scarsi: giusto il tempo per due giri lanciati, senza margine per sbagliare.
E invece a sbagliare è stata la direzione gara. Durante la sospensione, l’overtake mode, cioè la modalità che in qualifica permette di usare tutta l’energia disponibile, era stata disabilitata. Alla ripartenza, per una dimenticanza dei commissari, nessuno l’ha riattivata. Quando se ne sono accorti, la modalità è tornata disponibile per 27 secondi prima di essere disattivata di nuovo. In quella finestra minuscola, chi era nel proprio giro buono ha avuto più spinta in rettilineo, mentre gli altri si sono trovati con un motore più debole del normale.
I piloti l’hanno capito subito, anche mentre guidavano. Alla radio, a George Russell hanno risposto che il problema riguardava le impostazioni della FIA e la stessa spiegazione è arrivata a molti altri. Isack Hadjar si è lamentato per la scarsa potenza nel suo ultimo tentativo, mentre le Mercedes e le Audi, nel penultimo giro, sono andate più lente sul rettilineo verso Curva 7 per poi andare molto meglio sul finale di giro.
Appena sceso dalla sua vettura, il più duro di tutti è stato Carlos Sainz, ultimo in classifica, che pur ammettendo di aver avuto problemi ai freni ha tuonato: “Metà delle macchine ha fatto il giro con un motore mezzo secondo più veloce delle altre. C’è stato un altro problema software e stavolta noi siamo stati dalla parte sbagliata. Per qualche motivo la FIA, come in Malesia, non ha deciso di fare equità sportiva ed è stata contenta di far fare le qualifiche a metà delle macchine con più potenza dell’altra metà. Sono un po’ confuso sul perché lo sport continui a fare cose diverse a seconda di chi è fuori in Q1 o al primo giro”.
Una precisazione, però, va fatta. I dati disponibili non mostrano che la Williams abbia perso terreno in rettilineo rispetto alle rivali dirette, seppur la FIA abbia ammesso che l’errore ha inciso sulle prestazioni delle macchine.
A peggiorare le cose ci ha pensato poi un altro problema, indipendente dal primo. Il sistema di cronometraggio non ha registrato tutti i tempi e questo ha fatto slittare l’inizio della SQ2, con i commissari che hanno dovuto ricostruire la classifica e capire se si potesse andare avanti. Un pomeriggio storto, a una settimana esatta dal software che aveva mandato in tilt la partenza del GP in Malesia.
In mezzo a tutto questo c’è Verstappen. L’olandese ha chiuso davanti a tutti, ma per un attimo la pole è sembrata in bilico. Tra le curve 7 e 8, nonostante il regime di bandiera gialla esposto per via di Perez, ha superato Lewis Hamilton e per questo è finito dai commissari insieme al sette volte campione del Mondo. La telemetria ha confermato la sua versione, scagionandolo: stava accelerando all’uscita della 7, ha visto la bandiera e ha tolto del tutto il piede dall’acceleratore nel giro di circa 40 metri. Hamilton, invece, stava frenando ed era sceso sotto i 60 km/h quando è stato passato.
I commissari hanno messo nero su bianco che, superandolo, il regolamento è stato violato, ma hanno anche riconosciuto che il sorpasso è nato dalla differenza di velocità tra le due monoposto, con Max circa 70 km/h più lento rispetto a un altro giro lanciato nella stessa sessione. Frenare ancora di più, ha spiegato lui, avrebbe creato un pericolo. Nessuna penalità, quindi, e pole confermata, l’opposto di quanto era successo a Oliver Bearman a Monaco, vittima della stessa situazione ma con un epilogo dagli steward ben diverso. Bene ma non benissimo.