Haaland, il vero punk del calcio. Gli obsoleti addetti ai lavori di questo Paese a forma di scarpa faticano a legittimarlo, nonostante le reti a grappolo, il mostruoso istinto da gol, la sua intelligenza calcistica. Quando nel girone di qualificazione, all’Italia capitò infaustamente la Norvegia, Fabio Caressa lo sminuiva, sottolineando che Haaland era stato “annullato” da Gatti. E poi - nomen omen - lo sconcertante Mario Sconcerti che si lasciò sfuggire come Haaland avesse quella faccia “un po’ da sindrome di Down”. I giornalisti istituzionali preferiscono blaterare di CR7: esibiscono retorica bollita che piace alla gente sulla mistica del campione che resiste al tempo e governa il suo corpo come un feroce dittatore. Patetico narcisismo per un pubblico in fase digestiva. CR7, col suo ego che zavorra il Portogallo, è il canone per eccellenza: sacrificio, longevità forzata, eroismo senescente.
Largo all’avanguardia, pubblico di me*da, come direbbe il grande e incompreso Freak Antoni. Erling Braut Haaland, a 25 anni, ha già annunciato che quando smetterà andrà a vivere in campagna, a Bryne, dove aprirà una piccola fattoria con mucche e un trattore. Haaland è libertà scanzonata fatta a calcio del futuro. Non solo la macchina da gol più letale del pianeta, centravanti che sembra uscito da una PlayStation e che realizza con la fantasia del gamer: lui attinge da qualcosa di più profondo e disturbante, soprattutto per chi è abituato ai vecchi miti. Si dice giocare a calcio: infatti lui gioca, ogni sua azione e conseguente gol sono accompagnati da smorfie, camminate troglodite, capelli sciolti sulle spalle alla seconda marcatura contro i tramontati brasiliani. Tutto accade su quel campo, per finire all’istante sui social. Haaland è il campione della generazione TikTok, così nativo digitale da piacere anche a chi il calcio non lo segue. Tantissime ragazze del Nord e dell’Europa dell’Est - bionde, capelli lunghi - ne imitano le movenze nei reel, tendenza che lui approva e rilancia, perché lui è l’unico campione di calcio che non si prende sul serio.
Il suo Snapchat è diventato leggenda proprio per l’assenza di filtri da Social Media Manager: umorismo secco, selfie assurdi, quella mancanza di self-awareness che lo rende virale anche tra chi non sa cos’è un fuorigioco. È questa normalità - o meglio, questa assenza di drammaturgia forzata - a renderlo il mito ascendente della sua generazione. Così social-nativo da decidere di semplificare l’ortografia del cognome, quando ancora era sconosciuto: dal norvegese Håland al più internazionale e pronunciabile Haaland. Si narra che l’intuizione sia arrivata anche grazie a Mino Raiola, che nel 2019 fiutava già il potenziale globale del suo talento. Un calciatore nuovo in tutto, finalmente scevro dalle ripetitive narrazioni epiche di riscatto dal nulla. La sua grinta non gliel’ha regalata nessuna favela, nessun barrio, nessuna Bari vecchia o isola di Madeira. È un ragazzo normale, alto quasi due metri, che domina il mondo del calcio senza recitare la parte dell’eroe tragico o del self-made man da strada.
La grinta se l’è costruita da solo, in un contesto norvegese ordinario, con due genitori professionisti dello sport. Il padre, Alf-Inge, giocava in Premier League con Leeds e Manchester City. La sua carriera finì traumaticamente nel 2003, dopo il tackle intenzionale dell’assassino irlandese, Roy Keane, nel derby di Manchester del 2001: un’entrata premeditata e vendicativa, roba da I.R.A., ritorsione per un episodio del 1997 in cui Alf-Inge lo aveva provocato dopo un infortunio. Il figlio non ha mai sbandierato vendette. Ha solo fatto meglio: ha dominato dove il padre dovette fermarsi. C’è una dinamica quasi edipica, silenziosa, in questa ascesa: superare il genitore non con proclami, ma con gol, record e una carriera che travolge le peggiori intenzioni dei difensori in difficoltà. Haaland fa prima: li schianta. La madre, Gry Marita Braut, ex eptatleta, gli ha trasmesso genetica atletica e il secondo cognome che sfoggia sulla maglia della Nazionale.
Da ragazzo non era il più veloce né il più abile tecnicamente. Alto, magro, un po’ acerbo, spesso costretto a giocare con i più grandi. Eppure segnava più di tutti, anche di quelli più bravi e dotati. Gli allenatori ricordano il sinistro potentissimo già da bambino e un’ossessione maniacale per il gol: quando segnava correva con le braccia al cielo. Il calcio che sta arrivando sarà fatto di atleti ottimizzati, che sfuggono ai narratori nostalgici e ai cercatori di bimbi scalzi. Haaland è il prototipo perfetto. È l’eroe di una saga norrena proiettata nel futuro, un berserker invincibile che cammina tra i difensori, fingendo di pensare ad altro e poi guizza all’improvviso a due metri d’altezza e insacca: astuzia vichinga dalla forza primordiale del Nord. Largo ad Haaland, alla remata dei norvegesi, diretti a conquistare l’Inghilterra. È dai tempi dell’Olanda di Cruijff del 1974 che attendiamo l’outsider che possa vendicarla. Chissà se la squadra di Haaland riuscirà finalmente a ufficializzare la nuova era di un calcio ancora più totale: il punto di non ritorno che manderà in pensione l’imbolsita visione e narrazione dello sport più bello al mondo.