Partite, allenamenti, sogni soprattutto, poi un'e-mail a interrompere tutto, fredda, distaccata e amorfa. È la storia che ci racconta una mamma di Milano, il cui figlio di dieci anni è stato escluso dalla scuola calcio perché non abbastanza bravo. Una vicenda che, al di là del caso singolo, apre un interrogativo più ampio: quale modello educativo stanno offrendo oggi le scuole calcio ai bambini che dovrebbero accompagnare nella crescita? Pubblichiamo integralmente la sua lettera.
Pochi giorni dopo è arrivata una semplice e-mail: mio figlio e un altro bambino erano gli unici esclusi dalla squadra e non avrebbero potuto iscriversi alla stagione successiva.
Nessun colloquio preventivo. Nessun percorso condiviso. Nessun confronto con le famiglie durante l'anno. Soltanto una comunicazione finale che interrompeva improvvisamente un percorso durato quattro anni.
Nel caso dell'altro bambino la motivazione sembrerebbe essere stata l'elevato numero di assenze. Per quanto riguarda mio figlio, invece, mi è stato spiegato che non sarebbe abbastanza bravo e che non avrebbe ancora un fisico sufficientemente sviluppato. Parliamo però di bambini di dieci anni. Bambini che, per definizione, hanno tempi di crescita completamente differenti tra loro e che spesso affrontano lo sviluppo fisico anche con anni di differenza. Valutare un bambino di questa età sulla base della struttura fisica significa ignorare uno dei principi fondamentali della crescita evolutiva.
Ciò che rende questa vicenda ancora più difficile da comprendere è che nella stessa squadra sono presenti altri bambini con caratteristiche tecniche e fisiche del tutto simili a quelle di mio figlio, che invece sono stati confermati. Questo porta inevitabilmente a domandarsi quali siano stati i criteri realmente utilizzati e se siano stati applicati con uniformità.
Ma il punto più grave, a mio avviso, non riguarda nemmeno la scelta tecnica. Riguarda il messaggio educativo.
Una scuola calcio non dovrebbe avere come missione quella di selezionare bambini di dieci anni come se fossero atleti professionisti, ma quella di accompagnarli nella crescita. Sul sito della società viene dichiarato che la scuola calcio forma bambini dai 6 ai 12 anni. Se questo è davvero l'obiettivo, come può conciliarsi con l'esclusione definitiva di un bambino di dieci anni perché giudicato non abbastanza performante? Che senso ha parlare di formazione se il percorso viene interrotto proprio quando un bambino avrebbe più bisogno di essere seguito, incoraggiato e aiutato a migliorare? Ancora più discutibile è la modalità con cui tutto questo è avvenuto. La decisione è stata comunicata soltanto a stagione conclusa, lasciando alle famiglie pochissimi giorni per trovare una nuova società, quando ormai gran parte delle squadre aveva già definito gli organici. Inoltre nessun dirigente o allenatore ha ritenuto opportuno parlare direttamente con i bambini o affrontare personalmente una situazione tanto delicata. L'onere di spiegare a un bambino di dieci anni che non era più ritenuto abbastanza bravo è stato lasciato interamente ai genitori.
Una scelta che considero profondamente sbagliata dal punto di vista umano ed educativo.
Lo sport dovrebbe insegnare il rispetto, la responsabilità, il coraggio, la capacità di affrontare le difficoltà. Qui, invece, gli adulti che avrebbero dovuto educare hanno evitato il confronto, demandando tutto alle famiglie. La domanda che mi pongo è semplice. È davvero questo il modello educativo che vogliamo trasmettere ai bambini? È accettabile che una scuola calcio utilizzi logiche di selezione tipiche del professionismo su bambini che frequentano ancora la scuola primaria? È normale che un bambino venga escluso perché ritenuto non abbastanza bravo o non sufficientemente sviluppato fisicamente, senza alcun percorso di accompagnamento e senza alcuna possibilità di continuare il proprio cammino? Ancora più importante è chiedersi quale messaggio riceva un bambino dopo una simile esperienza. Non sentirà semplicemente di essere stato escluso da una squadra. Sentirà di non essere abbastanza.
Non abbastanza bravo.
Non abbastanza forte.
Non abbastanza sviluppato.
Non abbastanza talentuoso.
Parole che, pronunciate o semplicemente fatte percepire a un bambino di dieci anni, possono lasciare ferite profonde e compromettere il rapporto con lo sport e la fiducia nelle proprie capacità. Lo sport giovanile dovrebbe essere uno strumento di inclusione, crescita e formazione. Quando diventa un ambiente nel quale bambini così piccoli vengono selezionati ed esclusi come se fossero adulti, viene meno la sua funzione educativa. Ritengo che questa vicenda meriti una riflessione pubblica, non soltanto per ciò che è accaduto a mio figlio, ma perché potrebbe riguardare molte altre famiglie. Mi auguro che possiate approfondire quanto accaduto, ascoltare tutte le parti coinvolte e aprire un dibattito su quale debba essere oggi il vero ruolo delle scuole calcio e delle Academy affiliate ai club professionistici. Perché il problema non è soltanto una squadra o una società. Il problema è il modello educativo che si sceglie di trasmettere ai bambini. Resto a disposizione per fornire tutta la documentazione in mio possesso, comprese le comunicazioni ricevute dalla società, qualora riteneste opportuno approfondire la vicenda.
Vi ringrazio per l'attenzione.
Cordiali saluti