Quarantotto squadre, colori di tutto il mondo. Vozinha, il portiere 40enne di Capo Verde che annienta il fenomeno Yamal, Curacao che balla, sogna, segna e mette a tabellino il primo punto della sua storia. Il Giappone che gioca con il potere di Hokuto, i Vikinghi della Norvegia che sembrano imbattibili e il Marocco che si è trasformato nel Brasile. È il calcio nuovo che avanza, roba incredibile, altro che la noiosissima Serie A. E se non hai pregiudizi sai che, probabilmente, sei di fronte al più bel campionato del mondo di calcio, di sempre.
Perché c’è una cosa, prettamente italica (ah quel paese che non partecipa a al torneo internazionale, il più importante di tutti, da tre edizioni) che è diventata insopportabile: il pensiero per il quale il calcio non dovrebbe essere di tutti, ma solo dei più “forti”. Che poi chi lo decide chi è il più forte? Forse il campo? Sì, e dobbiamo accettarlo. Perché, invece, per questi opinionisti incravattati, ci sono nazionali che dovrebbero esserci sempre, perché più blasonate, con un palmares migliore, più appassionati. Così, secondo loro, le partite sarebbero più competitive. In realtà è palese che sta accadendo il contrario.
Chi segue questa edizione maxi della maggiore manifestazione sportiva del pianeta, sta osservando quanto i sogni di popoli interi possano generare l’impossibile e far innamorare tutti delle imprese che non ti aspetti. Il piccolo che batte il grande, il povero che sorride per un gol e trova
il riscatto di una vita intera, lo sconosciuto difensore del Congo che annienta Cristiano Ronaldo, il modello perfetto del calcio moderno tutto business e immagine che critichiamo sempre, ma poi ne ricerchiamo l’esistenza per convenienza. Rassegnamoci: l’Italia non c’è perché ha
perso, il nostro è un calcio vecchio e ridondante incastrato nell’infinito dibattito Conte e Allegri. E non merita di giocare questa manifestazione più di Curacao solo per il blasone. O di Capo Verde che ci sta regalando una delle più belle favole mai viste. Ha ragione Infantino quando ci prende in giro, perché dovremmo imparare dagli errori e ritrovare lo spirito di uno sport sempre più globale ed evoluto anche in paesi che fino a dieci giorni fa non conoscevamo.
Il mondiale americano 2026, al momento, è anche tra i più incerti. Chi lo vincerà? Ci sono tante realtà che potrebbero emergere e mettere in discussione la leadership delle solite favorite Argentina, Francia, Spagna, Germania, Brasile. Lo potremmo definire il mondiale delle medie potenze: squadre organizzate, con alcune ottime individualità, come Usa, Marocco e Giappone che si giocano la gloria fino in fondo. Tra le big sono da evidenziare le prestazioni della Germania che, dopo il 7-1 contro Curacao, ha dimostrato anche di saper vincere soffrendo contro una fortissima Costa d’Avorio. Così, le grandi squadre, alla fine alzano i trofei.
Poi i fuoriclasse. Tanti, tantissimi. E, anche qui, stiamo vedendo calcio all’ennesima potenza. Il Re è di nuovo Messi e se provate a spiegare che la lotta è con Cristiano Ronaldo, ormai l’argentino sembra volato così alto nell’Olimpo del futbol, con i migliori di sempre, che il rivale portoghese può accontentarsi di essere il secondo di questo tempo. Cinque gol in due partite della Pulga, la doppietta nella data della ricorrenza del Gol del Secolo di Maradona all’Inghiterra nel 1986, ne fanno una leggenda assoluta e l’uomo da battere anche a 39 anni. L’altro è Mbappé che spacca le porte e vuole riprendersi tutto quello che aveva lasciato all’Argentina quattro anni fa. Cinque go anche lui. Ma attenzione ad Haaland che con la sua Norvegia può essere la sorpresa e al bomber che non ti aspetti Deniz Undav, una sentenza con la maglia della Germania.
C’è tanto ancora da correre e da vedere. Ci aspettiamo un sussulto dal Brasile di Ancelotti che, nelle prime due gare, ci è sembrata la squadra più italiana di tutte. Insieme alla Turchia, allenata da Montella con tanti calciatori in rosa provenienti dalla Serie A. Su tutti Yildiz, il giovane talento
della Juve che, forse, ha deluso di più. Oggi un confronto con la stella ivoriana Yann Diomandé non farebbe testo. Sembrano praticare due sport diversi. È il calcio del futuro, bellezza. E se non te nei sei accorto, probabilmente, sei italiano.