Nel nome del Tribunale del Web e della cecità selettiva d’Occidente: oggi il livello di schizofrenia ideologica ha trovato il suo perfetto, grottesco manifesto nel caso di Shaun Evans. L'arbitro neozelandese, un professionista stimato con più di trent’anni di onorata carriera alle spalle, è finito sul banco degli imputati dell'onda social-woke per un frammento di secondo rubato dalle telecamere. Un banalissimo gesto d'intesa, il classico segno di “Ok” con pollice e indice uniti e tre dita tese, è stato decontestualizzato, isolato e marchiato dalla folla digitale come un simbolo del “White Power”. Un processo sommario, basato sul nulla, imbastito dall’inquisizione virtuale che non cerca la verità, ma un capro espiatorio da sacrificare sull'altare del politicamente corretto. Questo rigore puritano, che confina con la pura follia censorio-ossessiva, non è però un caso isolato: è la norma che l'Occidente applica spietatamente a se stesso e ai suoi simili. Basti pensare ai Mondiali in Qatar, quando alla azionale della Germania i tirapiedi di Infantino vietarono categoricamente di indossare la fascia arcobaleno OneLove, costringendo i giocatori tedeschi a una protesta tanto disperata quanto sterile, posando con la mano sulla bocca davanti ai fotografi per denunciare il bavaglio della Fifa. O ancora, si guardi al trattamento riservato alla Croazia, giustamente punita e messa all'indice dalle istituzioni calcistiche internazionali per i cori identitari dei propri tifosi e i riferimenti allo slogan nazionalista “Za Dom Spremni”. Il grande abbaglio del calcio globale si consuma in questa rassegna iridata, festival di brand, time-out e genuflessioni ai nuovi faraoni della finanza, ma al contempo paradosso culturale: un Occidente affetto da un perenne senso di colpa, ossessionato dal purificare se stesso da ogni forma di nazionalismo e tradizionalismo, che però cade in una sorta di trans estatica e romantica di fronte agli stessi identici valori, purché siano esotici.
Il caso del Marocco ne è la plastica dimostrazione: una nazionale composta in gran parte da giocatori nati all’estero, disposti a dare anima e talento per il trittico “Dio, Patria e Re” cantato a squarciagola, con tanto di “Akbar” nelle partite della Coppa d’Africa: ma tutto viene condito dalla nostra retorica gaudente sui figli della diaspora nati a Madrid o Utrecht che sconfiggono il colonialismo. Il tutto nel paradosso storico di un paese che è stato a sua volta potenza coloniale nell’area trans-sahariana. Quando c’è di mezzo il cosiddetto Sud del mondo, la nostra percezione si tinge di un esotismo acritico. Se un calciatore italiano o spagnolo dedicasse una vittoria a Gesù Cristo, al proprio re e agli altri tragici ammennicoli che tanto piacciono ai tardo-patrioti, verrebbe bandito dal dibattito pubblico come un pericoloso reazionario. Questo corto circuito etico si sposa perfettamente con l'agenda economica della Fifa. La decisione di allargare i Mondiali a 48 squadre non risponde a un romantico desiderio di inclusione, ma a una cinica strategia di mercato. C'è il bisogno di espandere i propri confini verso mercati ricchi, emirati e paesi emergenti: nuove potenze economiche che dei diritti civili se ne fottono e che fanno di questa inammissibile verità la ricetta del proprio successo: basti pensare agli operai senza nome morti per costruire stadi istantanei in mezzo al deserto qatariota.
È un patto faustiano che vende l'inclusione a parole, ma nei fatti svuota il calcio europeo dei suoi storici valori comunitari per compiacere regimi e colossi commerciali globali. In questo scenario di isteria collettiva, dove lo sport di squadra è diventato un veicolo di propaganda geopolitica o un tribunale morale, forse esiste un unico sport che riesce ancora a sopravvivere e a salvarsi dal baratro: il tennis. Lavvento del mito Sinner e dei vari Cobolli, di questi atleti dandy scevri di tatuaggi che fanno dimenticare i viziati di una nazionale azzurra, ora schierata a Formentera, con tanto di reel in cui dimostrano il loro quoziente di svergognati minus, miracolati dai loro procuratori. Affidiamoci dunque al tennis che per sua stessa natura e tradizione, ignora la retorica tossica degli inni nazionali e delle bandiere. Sul rettangolo di gioco non ci sono undici soldati chiamati a difendere i confini del sovrano o a espiare le colpe storiche di un continente. Ci sono solo due esseri umani, soli, l'uno di fronte all'altro, privati di qualsiasi sovrastruttura politica. Lì, sul cemento o sulla terra battuta, non contano i tweet indignati, le fasce arcobaleno vietate o le preghiere di Stato. Conta solo la traiettoria di una pallina, il talento e la tenuta mentale. È l'ultimo bastione di un mondo antico e meritocratico, l'unico angolo di sport rimasto impermeabile a un mondo che ha deciso di abdicare alla logica per celebrare le sue stesse ipocrisie.’