Edin Dzeko ha scritto una lettera ai bambini della Bosnia. Ma nella lettera non c'è solo Dzeko, c'è la storia di un paese, di un popolo, di una zona d'Europa e di una fetta di storia. E non c'è solo un Dzeko, ma almeno due. C'è il bambino, quello cresciuto sotto le bombe e nei campetti bruciacchiati, e c'è il capitano, il capopopolo che chiama intorno a sé la sua nazione. Queste due anime convivono e si scambiano in un frammento che sembra uscito dalle pagine di un romanzo fra calcio e guerra.
L'inizio è ovviamente con i toni del capitano: “Cari bambini della Bosnia-Herzegovina” dice “Niente è impossibile”. “Siamo fortunati ad essere bosniaci. Non lo dico solo come uomo che ha realizzato il proprio sogno, ma come bambino che è sopravvissuto alla guerra, e che avrebbe potuto avere un destino molto diverso”.
Sogni e un destino che ha accomunato una generazione: Luka Modric che dormiva abbracciato a un pallone nei corridoi di un hotel per rifugiati a Zadar, Miralem Pjanic portato dai genitori in Lussemburgo mentre Zvornik bruciava, Mario Mandzukic cresciuto in Germania perché Slavonski Brod era in prima linea. Molti altri quel sogno non sono mai riusciti a realizzarlo.
Poi la lettera cede al bambino, e diventa una cronaca di guerra vista con i suoi occhi, semplice quanto straziante: “Giocavamo a Monopoly. Conoscete questo gioco? Era pericoloso uscire, perché i cecchini avevano circondato la città, così io e i miei cugini stavamo seduti sul pavimento vicino al balcone e giocavamo per ore. Sentivamo le sirene e le bombe. A volte il terreno tremava, e i pezzi del Monopoli finivano dappertutto”. Poi il calcio, desiderio proibito: “Volevamo tanto giocare a calcio fuori. Ogni giorno vedevamo persone innocenti portate via sulle ambulanze. Ma come si fa a tenere un bambino chiuso in casa per quattro anni? Non si può, e i nostri genitori lo sapevano. Ogni tanto, quando sembrava tranquillo, mia madre apriva la porta d'ingresso, e io uscivo a giocare con gli altri bambini del quartiere. Non dimenticherò mai lo sguardo che aveva quando apriva quella porta. Aveva un sorriso appena accennato, perché era così felice di vedermi giocare. Poi la guardavo negli occhi, e vedevo quanto fosse preoccupata che non tornassi più”.
A dieci anni, quattro dopo l'inizio, l'assedio finì. Ma la Bosnia era distrutta, e anche sognare sembrava un lusso: “I campi in erba che oggi vedete lì erano stati bruciati. Continuai a giocare a calcio solo perché lo amavo”. Lentamente, il paese si rialzò. E con lui, Dzeko. Le orme e l'ispirazione sono quelle di Shevchenko, poi il trasferimento in Repubblica Ceca lontano dai cari, il Wolfsburg, la maglia scambiata proprio con Sheva. “Il Manchester City mi comprò per 37 milioni. Poi passai alla Roma. Ero cresciuto in guerra. All'improvviso vivevo in una favola. Niente è mai impossibile. Nemmeno portare la Bosnia ai Mondiali”.
Eh già, Dzeko ce l'ha fatta a portare la Bosnia ai Mondiali, per ben due volte. La prima, in Brasile, è stata l'esordio assoluto per la nazionale balcanica: “Fu il giorno più bello della nostra vita”. E ora siamo tornati dice (nostro malgrado), parlando della vittoria con l'Italia a Zenica, con lo stesso Dzeko in panchina, il braccio fasciato, gli occhi chiusi, la testa appoggiata a quella del suo allenatore, ad ascoltare il rumore del popolo bosniaco invece di guardare. “Avevo una paura tremenda di Donnarumma”, ma la spregiudicatezza dei giovani gioielli bosniaci gli ha permesso di prevalere ai rigori. Quelli che la guerra non l'hanno vissuta ma se la portano dentro come ferita profonda e inconsapevole.
La favola nera della Bosnia e di Dzeko si chiude con un lieto fine: “Quando scendo in campo, mi sento ancora un bambino, uno di voi, con le farfalle nello stomaco e gli occhi pieni di stelle. E ogni volta torno alla stessa conclusione. Ne vale la pena. Tutto quanto. Senza i momenti brutti, quelli belli non arrivano mai”.
Per Dzeko e per tanti bambini come lui, il calcio è stato evasione, gioia, speranza. Una porta socchiusa sulla vita normale, mentre fuori cadevano le bombe. È una storia che non appartiene solo ai Balcani degli anni Novanta, appartiene a chiunque, oggi, stia crescendo in mezzo alla guerra con un pallone tra le mani.
“Che viviate a Sarajevo, a Roma, o a St. Louis... Che siate musulmani, ebrei, cattolici o ortodossi... non dimenticate mai da dove venite. Siete bosniaci. Il mondo è ai vostri piedi. Con affetto, Edin”.