Signori, le Nazionali di calcio asiatiche hanno smesso di essere semplici comparse. Non sono più caricature delle grandi squadre occidentali o latinoamericane e, quel che più impressiona, è che adesso sono consapevoli delle loro capacità. Il caso c'entra molto poco. Dietro al definitivo exploit di Giappone e Corea del Sud, e cioè le due potenze pallonare del continente, ci sono modelli di crescita pianificati nei minimi dettagli che stanno adesso iniziando a dare i loro frutti dolcissimi. Intendiamoci, giapponesi e sudcoreani sono ormai presenze quasi fisse dei Mondiali: i primi non ne falliscono uno dal 1998, anno della loro prima partecipazione, i secondi addirittura dal 1986. Solo che oggi c'è una grande differenza rispetto al passato. Già, perché mentre fino a una decina di anni fa i Samurai Blue e i Guerrieri Taeguk faticavano a imporsi contro avversari ben più rodati e imperniati da un'influenza calcistica a livelli maniacali, adesso entrambe le selezioni non hanno più paura di nessuno. Lo si è visto, in particolare, con il Giappone. Eccellente l'esordio contro l'Olanda, una delle squadre più attrezzate del torneo che conta in rosa un ex Pallone d'Oro, Virgil van Dijk, e molteplici fuoriclasse abituati al calcio europeo (dal romanista Malen all'ex milanista Reijnders), terminato con un pareggio. Un risultato in linea con le ultime prestazioni dei giapponesi. Dal 2022 in poi, infatti, la Nazionale guidata da Hajime Moriyasu ha battuto Germania e Spagna ai Mondiali del Qatar e, in amichevole, Scozia, Turchia, di nuovo Germania (per 4-1) e pure il Brasile di Carletto Ancelotti (3-2). Non può essere un caso e non lo è affatto.
Gran parte del merito dello sviluppo calcistico giapponese va attribuito a una silenziosa rivoluzione chiamata Project Dna (dove “Dna” sta per “Developing Natural Ability”, e cioè “Sviluppo delle Abilità Naturali”). Il progetto, avviato nel 2016 dalla Federazione calcistica giapponese (Jfda) e dagli organizzatori della J.League, massimo campionato professionistico del Paese, sta letteralmente trasformando il Giappone in un nuovo colosso del pallone. La prima cosa che i giapponesi hanno fatto è stata condurre un'indagine a livello nazionale: valutare le capacità di 60 club nei tre campionati professionistici. È stata scoperta la “miniera d'oro” del Kawasaki Frontale, squadra che ha lanciato Kaoru Mitoma, Tomoki Iwata e ora di Kota Takai, colonne portanti della Nazionale nipponica. È da talenti come questi che è emersa una nuova filosofia: sviluppare piani di allenamento individualizzati per giocatori di età compresa tra i 16 e i 20 anni, così da soppiantare la mentalità tradizionale incentrata sul collettivismo e la gerarchia. È nata così una generazione di giocatori giapponesi tecnicamente dotati, laboriosi, individualisti e orientati al gioco di squadra. E, a quanto pare, molto apprezzati dai club europei, visto che le stelline dei Samurai Blue giocano nelle leghe del Vecchio Continente.
Il Giappone è un caso a parte, la stella più luminosa del firmamento calcistico asiatico. Alle sue spalle troviamo la Corea del Sud, una Nazionale solida e di esperienza ma che non segue ancora un ecosistema così olistico come lo è quello nipponico. Al contrario, i Guerrieri Taeguk si affidano in maniera forse fin troppo estrema all'organizzazione di gruppo, fatta eccezione per tre individualità: quella della star assoluta Heung Min Son (ex Tottenham ora al Los Angeles Fc), dell'astro nascente Lee Kang In del Paris Saint Germain e del muro Kim Min Jae (ex Napoli ora al Bayern Monaco). Il mix è in ogni caso molto buono. Quest'anno il motto creato per spingere la Nazionale è “Beyond Limits, United Reds” (“Oltre i limiti, Rossi Uniti”). Uno slogan del genere “cattura in modo conciso lo spirito combattivo della nazionale e la passione condivisa dei tifosi”, ha spiegato la Federazione calcistica coreana. Molti passi indietro rispetto a Giappone e Corea del Sud, troviamo infine diverse squadre che potrebbero fare buone partite, ma che sono ancora all'inizio dei loro percorsi di crescita. Certo è che Uzbekistan, Giordania, Iran, Iraq e Arabia Saudita, tanto per fare alcuni nomi, e ancor più i giapponesi e i sudcoreani, non hanno alcun complesso di inferiorità, a conferma di come il movimento calcistico asiatico stia maturando sotto ai nostri occhi. A proposito del Giappone, il Paese ha tutto per poter sperare in un trionfo ai Mondiali (magari prima del 2092, come pianificato dal Project DNA): la terza economia più grande del pianeta, una popolazione di 125 milioni di abitanti (un bel bacino dal quale attingere giocatori interessanti), una crescente passione per il calcio, un campionato nazionale di livello e infrastrutture eccellenti.