C'è una nuova Mecca globale delle armi. Coincide con l'Asia, o meglio, con due Paesi ben precisi: Corea del Sud e Giappone. Mentre gli occhi del mondo sono rivolti al Medio Oriente e, solo marginalmente, all'Ucraina, pochi sanno che l'Occidente sta bruciando una quantità impressionante di armamenti e che, per continuare a combattere le guerre contro la Russia di Vladimir Putin e l'Iran, con annessi proxy vari – da Hamas a Hezbollah – ha bisogno di rimpinguare le proprie scorte. È qui che assumono rilevante i due partner asiatici di Washington, in particolar modo Seoul, che negli ultimi anni ha plasmato un fiorente mercato delle armi soprannominato K-Defence (per associarlo a fenomeni locali quali K-Pop e K-Food). I numeri sono impressionanti. Nel 2025 l'industria sudcoreana della Difesa ha raggiunto un giro d'affari dal valore di 15,4 miliardi di dollari, con un aumento del 60% su base annua, dopo il record di quasi 17,5 miliardi del 2022. Le stime parlano per il 2026 parlano addirittura di cifre comprese tra i 24 e i 37 miliardi, e c'è da crederci visto quanto sta accadendo nel Golfo e, in generale, in tutta la regione mediorentale. Di recente anche il Giappone sta facendo parlare di sé. Due i motivi: il riarmo di Tokyo voluto dalla premier Takaichi Sanae e la rimozione del divieto che impediva al Paese di esportare armi letali all'estero.
Impossibile non partire dalla k-Defence. Grazie a prezzi competitivi, tempi di consegna rapidi e una costante disponibilità a offrire trasferimento tecnologico e localizzazione industriale – ovvero caratteristiche che i fornitori occidentali raramente eguagliano – la Corea del Sud si è aggiudicata contratti di Difesa in tutto il Golfo, nell'Europa orientale e pure con i membri della Nato, desiderosi di blindare i confini del Vecchio Continente da eventuali blitz russi. La qualità delle armi esportate da Seoul è più che eccellente. Lo hanno dimostrato, per esempio, i missili intercettori a medio raggio M-SAM 2 che, impiegati dagli Emirati Arabi, hanno fatto registrare un tasso di intercettazione del 96% durante la campagna missilistica iraniana. E ancora: la Polonia ha acquistato carri armati K2, aerei da combattimento leggeri FA-50, artiglieria missilistica K239 Chunmoo e obici K9, la Norvegia ha ordinato sistemi di artiglieria coreani per un valore di 2 miliardi di dollari per la difesa artica, mentre il Canada sta valutando piattaforme sudcoreane nell'ambito di un più ampio sforzo per ricostruire le proprie capacità navali. Anche altri Paesi europei, tra cui Romania, Estonia e Finlandia, hanno ampliato gli ordini di sistemi di artiglieria e veicoli di supporto Made in Korea.
Tra poco il Giappone farà concorrenza alla Corea del Sud. Tokyo ha revocato le restrizioni, in vigore da decenni, sulle esportazioni di armi e i suoi colossi della Difesa sono pronti a esportare ordini in tutto il mondo. Quali? Mitsubishi Heavy Industries (con navi da guerra, missili, veicoli militari), Kawasaki Heavy Industries (aerei militari, elicotteri, sistemi missilistici), Ihi Corporation (motori aeronautici militari), ShinMaywa Industries (velivoli anfibi e sistemi aeronautici), Mitsubishi Electric (radar, elettronica militare), Subaru Corporation (elicotteri, droni) e Japan Marine United (cantieristica navale militare), solo per fare qualche nome. Allo stesso modo, molti dei produttori di armamenti sudcoreani fanno parte di conglomerati con profonde radici nell'industria civile, come Hanwha, Lig, Hd Hyundai e Hyundai Rotem. Tornando al Giappone, è bene sapere che Tokyo ha firmato un accordo da 6,5 miliardi di dollari con l'Australia per la fornitura di 11 versioni potenziate delle sue fregate di classe Mogami, già in servizio con la Forza di autodifesa marittima giapponese. Un primo passo per entrare a gamba tesa nel mercato globale delle armi. Cina, Russia e Corea del Nord sono avvertite. Stati Uniti, Europa e Nato prendono appunti.