Novantatreesimo minuto, Demba Seck colpisce di testa, la palla sbatte sul palo e Ismaila Sarr la spinge in porta. Gol annullato per una spinta su Achraf Hakimi. La panchina del Senegal è furiosa, grida allo scandalo. Non sa cosa la aspetta. Passano i minuti e questa finale di Coppa d’Africa sembra segnata: pareggio, reti inviolate, tutto si deciderà ai supplementari. E invece. Brahim Diaz viene tirato giù in area. O meglio: l’attaccante marocchino cede a un tocco leggerissimo del difensore del Senegal. Inizialmente l’arbitro Jean-Jacques Ndala Ngambo lascia correre, poi la va a rivedere e, come spesso capita quando i direttori di gara vengono chiamati all’on field review, cambia la decisione: rigore per il Marocco. Anche qui il Var ha colpito. In campo i senegalesi non si tengono, l’allenatore Pape Thiaw fa avanti indietro sulla linea, discute con il collega marocchino Walid Regragui, provando a spiegare che un rigore del genere, in una finale, è ingiustizia pura. Qualche lacrima scende sul volto dei giocatori mischiata alla pioggia battente di Rabat, i marocchini circondano Diaz e gli arbitri mentre gli avversari lasciano il campo: Thiaw ha chiamato fuori i suoi, spingendoli negli spogliatoi. Così no, non perderanno, non sul campo. Sadio Mané, leggenda del Liverpool e del calcio africano, rimane in campo. Sa che le conseguenze di un gesto simile possono essere disastrose: il Senegal rischia di perdere a tavolino e di non andare al prossimo Mondiale. Per fortuna dei suoi ha il carisma sufficiente a ritirare tutti dentro, quasi uno per uno. In fondo c’è ancora un rigore da tirare. Diaz, lui che se l’è preso di furbizia, è incaricato della battuta. Intorno al dischetto è guerriglia, i giocatori del Marocco fanno da diga per evitare che gli altri provino a zappare sull’erba. Ora è uno contro uno, Diaz contro Edouard Mendy, che balla, tocca la traversa, fa trash-talking contro il numero dieci. Diaz parte, tocco sotto, palla in braccio al portiere. Il cucchiaio tentato supera la tragedia.
I tempi regolamentari finiscono così, dopo 24 minuti di recupero: il Senegal, quasi squalificato, trascinato in campo dal suo miglior giocatore; il Marocco, che gioca in casa, ha perso la chance che aspettava da decenni per vincere di nuovo questo trofeo. Non c’è tempo da perdere, ora ci sono almeno altri trenta minuti da giocare. Al novantaquattresimo, però, Pape Gueye tira fuori il gol della vita: cavalcata nella metà campo marocchina, resiste al rientro del difensore e fuori equilibrio calcia di sinistro all’incrocio opposto. Capolavoro assoluto e scivolata sulle ginocchia sotto al settore. È ancora lunga, il Marocco ci prova, ancora Diaz è pericoloso, El Aynaoui ha la testa che sanguina ma non si ferma, Hakimi è ovunque. Ma il primo dei supplementari finisce e il Senegal è avanti. Nel secondo tempo succede ancora di tutto: il Senegal si mangia un gol clamoroso, Yassine Bounou mostra un’altra prestazione da mitologia del calcio e tiene in piedi i suoi. Brahim, personaggio principale della sceneggiatura di questa finale, esce e viene inquadrato con gli occhi gonfi di lacrime. L’assalto conclusivo è inutile: il Senegal vince la Coppa d’Africa. Sugli spalti la gente balla, ma a bordo campo il cordone della polizia è schierato, temendo l’invasione. E in effetti tifosi e agenti si scontrano. Anche questa è la finale della CAF 2026.
Ringrazieranno sempre Sadio Mané, in patria. Senza di lui questa vittoria non sarebbe arrivata. Dall’altra parte Brahim Diaz, capocannoniere del torneo, viene fischiata dalla sua gente. C’è chi dice che quel rigore l’ha sbagliato di proposito, per mettere una toppa sulla propria coscienza dopo una simulazione abbastanza palese. Chissà. Il Marocco deve essere comunque orgoglioso della squadra, al Mondiale c’è un’altra occasione per fare bene. Stavolta, però, hanno vinto gli altri.