In questi giorni il Marocco sta ospitando la trentacinquesima edizione della Coppa d'Africa. Non una semplice festa popolare e sportiva ma lo step di un percorso, una prova generale verso i Mondiali 2030 che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo. Una competizione dove la nazione nordafricana si candida ad essere una delle protagoniste. Già ai Mondiali in Qatar Hakimi e soci avevano raggiunto la semifinale, eliminando Spagna e Portogallo e diventando la grande sorpresa della kermesse. Il risultato del 2022 ha fissato lo standard come nuovo miglior piazzamento per una nazionale africana, poi i marocchini hanno messo il carico. Nell'estate del 2024 hanno conquistato la medaglia di bronzo al torneo olimpico di Parigi, e a ottobre hanno addirittura vinto i Mondiali U-20, spodestando potenze del calcio giovanile come Argentina e Francia. Risultati frutto di un grande di lavoro di progettazione, frutto dell'equilibrio fra la formazione e lo sviluppo dei talenti locali e l'acquisizione di giocatori di nazionalità marocchina emigrati all'estero. Grazie ad una capillare rete di scouting infatti il Marocco è riuscito ad attingere all'immenso serbatoio delle diaspore europee. Secondo il Dipartimento dei marocchini all’estero del Ministero degli Esteri del Regno del Marocco infatti quasi cinque milioni di marocchini negli anni sarebbero emigrati in Europa, ed oltre la metà dei giocatori della nazionale è formata da loro. Giocatori nati in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, come ad esempio il trequartista del Real Madrid Brahim Diaz, nato e cresciuto anche calcisticamente in Spagna ma che dal 2024 ha deciso di rappresentare il Marocco. Un dato che evidenzia, oltre allo straordinario lavoro degli scout marocchini, anche il grande orgoglio nazionale del popolo nordafricano.
Ma il Marocco non è solo una nazionale di espatriati, il regno di Mohammed VI negli ultimi anni ha infatti pesantemente investito sulla costruzione dei giocatori marocchini. Lo ha fatto attraverso una scuola che porta il suo nome, la Mohammed VI Football Academy, un'accademia calcistica all'avanguardia sul modello di Clairefontaine, specializzata nello sviluppo dei promettenti giovani marocchini. Situata a Salé alle porte di Rabat e operativa dal 2009, l'Accademia si occupa della formazione di calciatori dai 12 ai 18, con l'obiettivo di lanciare la nuova generazione d'oro del calcio marocchino. Scelte sportive, ma anche politiche e di affari. Il Marocco attraverso il calcio sta infatti trovando una porta per entrare tra le potenze mondiali. L'Accademia di Salé non sforna solo talenti, ma ambasciatori del Marocco destinati ad accasarsi nelle principali squadre europee, volti di un paese moderno, globalizzato e all'avanguardia ma allo stesso tempo fedeli alla patria e al sovrano, il cui nome rimarrà scolpito nel curriculum dei migliori giocatori del paese. Il Marocco si sta mettendo sulla mappa, con investimenti sportivi che mirano ad accrescere il suo soft power e la sua posizione nello scacchiere internazionale.
Già da tempo i paesi del Golfo Persico hanno capito che lo sport può essere un importante strumento di sviluppo economico. Il Qatar ha ospitato il Mondiale 2022 ed è proprietario del Psg, vincitrice dell'ultima Champions League e protagonista negli anni di campagne acquisti faraoniche. L'Arabia Saudita è da qualche anno un El Dorado per alcuni dei migliori giocatori europei, oltre che paese ospitante per le finali di Supercoppa Italiana, per i migliori incontri di pugilato e per il torneo di esibizione Six Kings Slam, che ha visto la partecipazione dei sei migliori giocatori di tennis del mondo. Infine gli Emirati Arabi sono i proprietari del Manchester City, dal 2009 ospitano ad Abu Dhabi la gara conclusiva del mondiale di Formula 1 e dominano il ciclismo con la propria squadra, l'UAE Team Emirates. Questi paesi hanno trovato nell'organizzazione di eventi sportivi un modo per accrescere la propria influenza e il proprio gradimento a livello internazionale. Lo sport è usato come una vetrina, attraverso cui possono mettere in mostra il loro sviluppo.
Da qualche anno anche il Marocco è sulla stessa strada, e la Coppa d'Africa si inserisce proprio in questo sistema. Prima della competizione continentale il paese nordafricano ha organizzato due volte la finale della Champions League africana femminile, due edizioni della Coppa d’Africa femminile e infine due finali della Champions League africana maschile, un percorso di apprendistato in vista dei grandi appuntamenti. In un calcio che vive di audience quella che un tempo era la grande festa popolare del popolo africano è diventata un grande business. Il governo marocchino avrebbe stanziato circa 150 miliardi di dirham (oltre 16 miliardi di dollari) per interventi infrastrutturali e di ammodernamento. Di questi 9.5 miliardi di dirham (circa 865 milioni di euro) sono stati riservati alla ristrutturazione di sei stadi in vista della Coppa d’Africa. Altri stadi ancora sono nati da zero, come il Prince Moulay Abdellah di Rabat, la nuova casa della nazionale, e il Grand Stade de Tanger, o ancora l’Hassan II Stadium, una monumentale arena da 110mila posti a Benslimane, nell’area di Casablanca, che costerà alla dinastia alawita mezzo miliardo di dollari che verrà utilizzata in occasione dei Mondiali del 2030 e si prepara ad essere il più grande stadio dell'Africa e il terzo più grande al mondo. Ma non soltanto stadi e strutture sportive, anche strade, mezzi di collegamento, aeroporti, strutture ricettive. Tutto l'occorrente per accogliere l'alto flusso di turismo internazionale che il governo si aspetta con queste iniziative. A novembre il Marocco ha già segnato un record di 18 milioni di arrivi, e la ministra del Turismo Fatim-Zahra Ammor, intervistata ad Euronews, ha previsto addirittura di raddoppiare il numero di turisti entro il 2030, mentre per la sola Coppa d'Africa è atteso l'arrivo di 1,5 milioni di persone.
Un rinnovamento infrastrutturale che ha un messaggio chiaro Mohammed VI vuole dire al mondo e ai potenziali investitori che il suo Marocco è un paese moderno, efficiente, all'avanguardia e al passo con i paesi occidentali. Il Marocco ha deciso che vuole vincere nel calcio, ha deciso di farlo con un progetto a lungo termine che parte dai settori giovanili, dagli stadi e dai centri di allenamento. Fa specie confrontare la realtà del Regno con la nostra, una nazione dalla grande tradizione calcistica che ha smesso di investire. I settori giovanili sono aridi e le strutture fatiscenti. Ma se da un lato quello della nazione nordafricana è senza dubbio un esempio virtuoso dal punto di vista sportivo, dall'altro non è un progetto privo di ombre. Solo lo scorso ottobre i giovani marocchini si sono riversati nelle strade delle principali città al grido di “Meno stadi, più ospedali”. A far traboccare il vaso la morte di otto donne in un ospedale durante il parto. L'ennesimo caso di malasanità che ha acceso i riflettori sulle carenze del sistema sanitario marocchino, ampiamente sottodimensionato rispetto agli standard dell'Oms. È così nato il movimento Gen Z 212, formato perlopiù da giovani appartenenti alle Gen Z, che hanno criticato l'eccessiva priorità data all'organizzazione degli eventi sportivi rispetto alla sanità e all'istruzione. Hanno poi criticato gli espropri e le demolizioni di interi isolati nei dintorni degli stadi per dare una cartolina ai tifosi accorsi a vedere le partite, con i residenti costretti a lasciare le proprie case con indennizzi molto criticati. “Ovviamente siamo entusiasti di accogliere il Mondiale: amiamo il calcio, è nel nostro sangue”, ha detto Hajar Belhassan, leader delle proteste d'autunno. “Ma ci mancano le fondamenta: va bene costruire stadi, ma prima dobbiamo costruire il nostro sistema educativo e sanitario, prenderci cura della nostra gente”. Le proteste inoltre, sono state per gran parte represse con violenza. Secondo Amnesty International, nel corso delle manifestazioni sono state arrestate 2.400 persone, e l'Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh) ha denunciato "atti di molestie, insulti, commenti volgari e sessisti e palpeggiamenti inappropriati".
Il Marocco rimane del resto una monarchia con gravi lacune di democrazia, oltre ad un paese con gravi problemi di corruzione come dimostra anche lo scandalo Qatargate che lo ha visto coinvolto nella corruzione di alcuni europarlamentari. Sono le contraddizioni di un paese ponte fra l'Africa e l'Europa, in una zona grigia fra l'autoritarismo e il caos dei suoi vicini e la stabilità dei paesi europei. Un paese che, fra luci e ombre, si candida ad emergere nei prossimi anni come una potenza e che, per l'ennesima volta, ci dimostra che il calcio è molto più di un gioco.