Questa non è la F1 di Fernando Alonso. E non è nemmeno la F1 che, secondo lui, gli appassionati meriterebbero. Tutto parte da Silverstone, che doveva essere uno dei posti peggiori per questa generazione di monoposto. Pista veloce con curve veloci, percorsa quasi sempre a gas spalancato: tutti gli elementi che mandano in crisi le power unit attuali insieme, in un solo colpo. Invece il Gran Premio ha sorpreso, tra battaglie in staccata e duelli ruota a ruota, qualcosa che assomigliava alla F1 che la maggior parte degli appassionati vuole vedere. Tutti contenti, o quasi.
Alonso non era tra questi e, mentre il paddock tirava un sospiro di sollievo per una gara più spettacolare del previsto, lo spagnolo guardava le stesse immagini e vedeva qualcosa di diverso. Non una gara vera, ma una simulazione. Niente talento e niente coraggio: solo un “bottone magico” che ti permetteva di fare la differenza sugli altri o, a seconda dei momenti, di essere sverniciato in pieno rettilineo.
“Che impressione mi ha lasciato la gara di Silverstone? Non so, voglio dire, dipende da quello che vogliono i tifosi e questo sport. Secondo me non hanno visto una vera gara”, ha commentato lapidario una volta concluso il fine settimana ai media, come riportato da Motorsport.com.
Il ragionamento dell’asturiano, però, parte dalla Sprint e non direttamente dalla gara della domenica. Lì, dice Alonso, il meccanismo era ancora più evidente e impossibile da ignorare: “Si vedevano piloti che sorpassavano in mezzo ai rettilinei semplicemente grazie a una maggiore carica della batteria”.
Non contavano velocità di punta e setup di ogni monoposto, così come la bravura e la furbizia di ciascun pilota. Era solo una questione di energia disponibile in quel momento, su quel rettilineo o in quella curva. Chi ce l’aveva passava, chi non ce l’aveva subiva il sorpasso senza possibilità di replica, almeno in quel momento. Il pilota, in tutto questo, era quasi uno spettatore di se stesso.
“Non serve alcun suo contributo, né alcun talento particolare per superare la macchina davanti. Non c’è bisogno di frenare più tardi dell’avversario, né di sorpassare all’esterno, né di prendersi dei rischi. Basta premere un pulsante e si passa, se si possiede una power unit migliore rispetto alla monoposto che precede, ha concluso il pilota dell’Aston Martin”.
Riflessioni pesanti, senza giri di parole. Per Fernando questa è tutto fuorché F1 e non si è tirato indietro dal gridarlo ad alta voce, come sempre. Eppure, la domanda sorge spontanea. A 44 anni suonati, con una macchina che ogni giro paga non meno di tre secondi, inesorabilmente la peggiore della griglia, cosa ci fa Alonso ancora in F1?
A maggior ragione se, a detta sua, tutto questo non ha senso. Viene da chiedersi cosa avrebbe detto qualora fosse stato lui a vincere, o quantomeno a battagliare per il podio. La risposta è semplice: magari è stato un po’ esagerato, eppure nella Sprint quella sensazione di totale disorientamento di fronte a vetture che si sorpassano e controsorpassano in continuazione in rettilineo c’è stata. Non come a Melbourne o a Shanghai, eppure c’è stata.
Ad oggi, a otto gare dall’inizio del mondiale, è chiaro a tutti come questa F1 sia nata sbagliata. Lo è per i piloti, per le squadre e pure per la Federazione che, mai come stavolta, si è fatta trovare pronta per cercare di risolvere parte delle problematiche emerse. E non è un caso che, a partire dal prossimo anno, il regolamento subirà dei cambiamenti per migliorare la situazione. Intanto, però, tocca correre così e chissà che l’ultima vettura di F1 guidata da Alonso non sia una di queste che non lo appagano, per niente. Non il finale di carriera che, qualora dovesse decidere di mollare tutto, avrebbe meritato.