Alexander Zverev come Flavio Cobolli, sul centrale della Caja Mágica. Forse ora riderebbe meno, al sentire provenire dal pubblico un ironico “forza Sinner” (così era successo durante la semifinale contro Blockx). Soprattutto al temine di una sfida in cui l’italiano lo ha portato a lezione di tennis. Una lezione su come ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, dopo un incontro durato la bellezza di 57 minuti. Meno di un’ora è bastata a Jannik Sinner per vincere il Masters 1000 di Madrid, meno di un’ora per diventare - una volta ancora - l’uomo dei record. È proprio per la rapidità di esecuzione e la totale mancanza di materiale che ci vediamo costretti non tanto a parlare di una finale di tennis in termini di esecuzione (il tedesco punterebbe forse tutto su un aggettivo soltanto: “mortificante”), ma piuttosto di significato a lungo termine.
6-1, 6-2 non è quindi solo lo specchio brutalmente onesto di una prestazione inesistente, da una parte della rete, e inarrivabile dall’altra. É il frutto di uno sport che di guardarsi indietro ha ben poca voglia. Al tennis non importa che Sasha sia cresciuto nella morsa dei Big 3, e poi sia stato scaraventato - ormai alla soglia dei 30 - nel duopolio Alcaraz-Sinner. Non conta nemmeno che, pur inanellando ottimi e costanti risultati, abbia perso 9 volte di fila contro l’altoatesino. Di queste 9, le ultime a livello 1000 bruciano particolarmente: 4 KO tutti in semifinale, a un passo dal sogno (Parigi, Indian Wells, Miami e Monte-Carlo), per poi suggellare il tutto con la finale di ieri nella capitale spagnola.
Il destino non sembra sorridere al tennista di Amburgo. Certo, il caso si può contrastare con il lavoro, ma nemmeno la dedizione più assoluta basterebbe, oggi, a colmare il divario con Jannik Sinner. Ed è inevitabile che questo faccia rabbia. Del resto, è difficile sentirsi pienamente soddisfatti del proprio albo d’oro di oltre dieci anni, quando Sinner esiste. Un talento così giovane che, con la modestia che lo contraddistingue, sta facendo terra bruciata. “Il miglior giocatore al mondo in questo momento”, le parole del tedesco durante la cerimonia di premiazione non lasciano scampo all’interpretazione: Sinner per ora è ingiocabile. Non è qualcosa che Sasha afferma spento dall’amarezza, ma piuttosto con la consapevolezza di chi di esperienza ne ha eccome e non ha problemi ad ammettere la propria inferiorità. O che il gioco dell’italiano sia un incanto per la vista di tutti gli appassionati del mondo.
Lo stato delle cose, sul circuito ATP, vuole lo strapotere di due ragazzi Gen Z dalla forte etica del lavoro. Inutile fare paragoni e dichiarare che Alcaraz sia poco rigoroso nelle abitudini fuori dal campo, questa è una di quelle cose non valutabili dalla grande giuria del divano, che Alcaraz non lo marca ogni ora della sua vita. Più conveniente è invece soffermarsi sui risultati concreti, con cui Sinner ci delizia ormai da mesi. Bianco su nero, una incontestabile realtà: 27 vittorie consecutive nei 1000, da Parigi Bercy dell’anno scorso. Nono titolo 1000 della carriera, secondo consecutivo su terra dopo Montecarlo. Scomoda la storia del tennis, Jannik, diventando il primo giocatore a vincere cinque Masters 1000 consecutivi, oltre a primeggiare nei primi quattro della stagione. Dietro di lui, Nole Djokovic e Rafa Nadal con 4.
É inevitabile ora notare come all’appello manchi un 1000 soltanto: Roma. Voci di corridoio vogliono Sinner in dubbio per gli Internazionali, dopo mesi ininterrotti di tornei e un fisico comprensibilmente affaticato. Se tanto ci dà tanto, il numero 1 non sopporterebbe di alzare bandiera bianca e deludere il pubblico di casa senza neanche provarci, peccato che lo sport non viva di soli sentimentalismi, ma debba anche fare i conti con corpi spinti al limite. Alcaraz ne è l’esempio più recente. Ecco allora che se il team di Sinner si lasciasse cullare esclusivamente dal patriottismo, il quadro sarebbe tutto fuorché completo. Il problema di Roma? Precede il Roland Garros. Presentarsi a uno Slam con le batterie scariche non solo inficerebbe il rendimento (e il risultato finale), ma andrebbe a intaccare anche quel patto non scritto tra tennista e fisico, dove il primo deve tutelare il secondo. A volte, anche a costo di deludere tutti. Carlos Alcaraz la sua firma l’ha posta, presto scopriremo se Jannik farà lo stesso, anche se la sua posizione sembra chiara a riguardo: “mi sento bene, non vedo perché non debba giocare a Roma”.
Le aspettative per il ritorno a casa sono alte, ma non è forse passato di moda? Ancora non abbiamo capito che se il beniamino manca, l’evento non perde lustro? Sarebbe come ridurre tutti gli altri atleti a mere comparse, ma si sa, al tifo e alla passione non si riesce mai a mettere un freno. È anche vero che una serie di risultati - per quanto straordinari - non assicura il trionfo nella tappa successiva. Alzerà la coppa sul Centrale del Foro Italico? Domanda legittima quanto inutile. Stiamo parlando di un ragazzo che ci regala spettacolo dal 7 marzo 2026, giorno in cui è cominciata la sua scalata a Indian Wells. Due mesi di alto livello che non meritano di essere ridotti a un “e adesso?”. Eppure si sa, ci ha abituati fin troppo bene.