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24 febbraio 2021

Jean Todt, l'uomo dei sogni, ne fa 75

  • di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

24 febbraio 2021

Jean Todt non è un uomo, è un concetto. 167 centimetri di passione, intelligenza e spirito imprenditoriale per un manager che ha cambiato per sempre la storia della Formula 1. Regalando sogni, ed emozioni indimenticabili
Jean Todt, l'uomo dei sogni, ne fa 75

Guarda i Gran Premi con Michael Schumacher come ai vecchi tempi, Jean Todt, e tutti ci chiediamo chissà dove, chissà quando, chissà come. Ma ancora lo fanno, loro che sono prima di tutto amici e appassionati di velocità, e basta questo a farci pensare che sia rimasto un po' tutto com'era una volta. 

Quando la coppia Jean Todt-Michael Schumacher riportava grande la Ferrari in Formula 1, vinceva tutto, per un'egemonia che sembrava non potersi spezzare mai. Quando Maranello era diversa, quando il motorsport era diverso. 

Todt non era ancora il presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile ma era già l'uomo dei sogni. Arrivato dal mondo del rally, due volte vincitore della 24 Ore di Le Mans con Peugeot, e fortemente voluto in Ferrari da Montezemolo. Forse è proprio questo il più grande successo di Luca Cordero di Montezemolo: essere riuscito nella titanica impresa di aver strappato al Gruppo PSA l'allora 47enne manager d'oro del motorsport. 

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Un uomo capace di fare squadra, di capire i problemi prima di cercare di risolverli a tutti i costi, e un coraggioso, prima di tutto. Perché prendersi sulle spalle una Ferrari disastrata, una scuderia che non riusciva a vincere dal lontano 1979, per lui poteva essere l'inizio della fine di una carriera gloriosa. E invece il coraggio lo ha premiato, così come la perseveranza, e l'intuito. 

Todt capisce che alla scuderia serve una ristrutturazione completa, Montezemolo lo nomina direttore generale della GES al fianco di John Barnard. La loro collaborazione non durerà molto, il francese ha un piano in testa: per essere i migliori bisogna lavorare con i migliori.

Convince il presidente a prendere quel tedesco così freddo che poco piace agli italiani, Michael Schumacher. Costa caro, fa di testa sua, ma è un vincente, e Jean Todt lo adora. E' il 1996, l'inizio della rivoluzione.

Ribalta la Ferrari come un calzino: John Barnard viene licenziato, servono facce nuove, idee, spunti. Serve qualcuno che abbia fame di vincere. Arrivano così due ingegneri della Benetton, la scuderia che portò alla vittoria il giovane Schumacher. Uno è l'aerodinamico Rory Byrne mentre l'altro, subito nominato direttore tecnico, ha un nome che entrerà nella storia: Ross Brawn. 

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Da lì la storia la conoscono tutti. 85 pole position, 98 vittorie, 5 titoli mondiali e un'amicizia, quella con Michael Schumacher, che resisterà alle pieghe del tempo, e ai colpi del destino. I due lasceranno Maranello, prima Schumacher con il ritiro alla fine del 2006 e poi Todt a cui manca un ultimo passo per diventare - definitivamente - il più grande e il più famoso manager del mondo dell'automobilismo: il ruolo da presidente della FIA. 

Un ruolo che con ogni probabilità lascerà a fine 2021, dopo 12 anni al vertice. Il futuro? Ancora non lo sappiamo, qualcuno sogna in grande un ritorno in Ferrari come amministratore delegato ma la pensione è il più probabile tra gli scenari. 

Anche se è difficile pensare al motorsport senza Jean Todt, così come è difficile credere che l'uomo dei sogni, il francese che ha rimesso in piedi la scuderia Ferrari, compia 75 anni. E da qualche parte guardi ancora i Gran Premi con il suo amico Michael Schumacher. 

 

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  • Ferrari
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