Sono stati sufficienti pochi, mirati accorgimenti per riportare la Serie A in auge. Le novità regolamentari, che limitano a 5 secondi il tempo per effettuare rimesse laterali e rinvii dal fondo, a 10 quello per le sostituzioni e ad un minuto l’attesa fuori dal campo per gli (attori) infortunati, hanno stravolto in meglio il nostro campionato, diventato molto più coinvolgente ed avvenente.
Non è un caso, allora, se dal confronto tra le prime cinque giornate di questa stagione e lo stesso periodo della passata emerge una differenza netta: il tempo effettivo medio di gioco (per effettivo si intende qualsiasi momento in cui la palla si trova in movimento), il quale ha avuto un incremento del 10%, salendo dai modesti 54’ 17’’ agli attuali 59’ e 31’’. Si tratta, per il nostro calcio, di una vera rivoluzione: dopo anni da fanalino di coda tra le migliori leghe europee, la Serie A è oggi, finalmente, il campionato in cui si corre di più dietro al pallone.
Ciò spiega anche le sorprendenti posizioni in classifica occupate da Lazio, Cagliari e Frosinone, rispettivamente 3ª, 4º e 6º. Tutte ben oltre Napoli ed Atalanta, in passato ai vertici ma, oggi, solo 9ª e 11ª. L’aumento del tempo di gioco, infatti, esalta la preparazione atletica e tattica di una squadra, rendendo meno decisiva la sua componente tecnica.
All’incremento della durata delle partite corrisponde, logicamente, la diminuzione delle perdite di tempo (ora severamente punite ), da sempre armi degli allenatori per smorzare, nei minuti finali di gara, l’intensità agonistica, logorando, mentalmente e moralmente, un avversario in svantaggio e magari disilluso da un più o meno palese gap tecnico.
In questo modo, finalmente, anche organici inferiori, senza vedere intaccata la propria compattezza, possono riuscire a contendere ottimi risultati a grandi corazzate: è il caso di Frosinone Como 2 – 0.
Il parallelo che più sorprende, però, tra l’attuale e la vecchia stagione, è quello dei goal segnati: 145 quest’anno – persino 4 in più della facoltosa e fertile Premier League - contro i 114 della passata Serie A (si considera sempre il periodo delle prime cinque giornate).
Si tratta di un incremento del 27%, che ha senz’altro contribuito ad evitare - non me ne voglia Brera -scialbi zero-a-zero in questo avvio di campionato. Ciò, in A, non accadeva dalla stagione 1949-1950, quando un Milan – Lazio terminato a reti bianche definì, nel corso della settima giornata, lo storico primato.
La crescita di gol segnati e tempo effettivo, tuttavia, non è fine a se stessa. Essa, unita ad un arbitraggio più sbarazzino, dovrebbe preparare i nostri top club ai rapidi ritmi delle competizioni europee. Troppo spesso, in passato, abbiamo assistito a squadre italiane attonite di fronte a (presunti) falli non fischiati e dunque inermi dinanzi a velenose ripartenze avversarie.
La volontà di Orsato – designatore di A e B – è, infatti, proprio quella, di privilegiare la velocità di gioco, ignorando i falli minimi e restituendo centralità e personalità all’arbitro in campo. Il risultato è già evidente: in questo scorcio di stagione vi è stata una sola chiamata al VAR, contro le 6 della 2025-26. Discorso simile per i rigori: 5 quest’anno e 9 lo scorso.
Un cambio di marcia repentino che, tuttavia, parrebbe essere stato recepito con soddisfazione dalle squadre italiane, nauseate dalla fiscalità arbitrale dello scorso campionato. Ad ogni modo, per capire a fondo la portata di questa piccola - ma fondamentale - rivoluzione sarà necessario attendere, almeno, la fine del girone di andata. Lì sarà chiaro il tasso di gradimento dei club e, soprattutto, la fermezza di Orsato, finora intransigente timoniere della nuova rotta dell’AIA e del calcio italiano.