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24 gennaio 2022

L'importanza di chiamarsi Mario:
dalla Nazionale al Quirinale,
perché Balotelli e Draghi sono inevitabili

  • di Lorenzo Longhi Lorenzo Longhi

24 gennaio 2022

L’ultima spiaggia o un grande ritorno? I tifosi su Super Mario si dividono, i giornalisti sportivi impazziscono (comunque vada farà discutere), gli avversari ci sfottono (fa parte del calcio). Intanto Mario Balotelli sta per tornare a vestire la maglia Azzurra, la più importante per qualsiasi sportivo, dopo aver mancato più di un’occasione. Solo Roberto Mancini, che lo conosce dagli esordi, poteva regalargli quest’ultima chance: a 31 anni, con tutto il carico di polemiche che ha sempre scatenato, sarà la volta buona e ci porterà ai Mondiali o si rivelerà l'ennesimo bluff? Nel frattempo, sul fronte del Quirinale e con la medesima logica folle e tutta italiota, un altro Mario sembra ormai l’unico candidato possibile…
L'importanza di chiamarsi Mario: dalla Nazionale al Quirinale, perché Balotelli e Draghi sono inevitabili

Com’era quella dei treni che passano solo una volta nella vita? Balle! C’è chi al passaggio di certi treni è abbonato senza nemmeno avere pagato la tessera: gliel’hanno data gratis, per blasone, quando gli hanno detto che era il migliore, lui ci ha creduto e gli è bastato. E allora salire, scendere, pure alzare le spalle e salutare col dito medio, che importa? Tanto ripassa pure se ti sei allontanato dai binari, il treno, perché i macchinisti li conosci quasi tutti. Appunto. Gennaio 2022: dopo un’infinità di proverbiali seconde occasioni da perdere il conto, Mario Balotelli è tornato pure in Nazionale, chiamato da Roberto Mancini per lo stage che servirà a gettare le basi del playoff di marzo, quello decisivo per non saltare il secondo Mondiale di fila.

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Ricordate la sottomaglia da perseguitato mostrata in favore di telecamera ai tempi del Manchester City? Bene, a caratteri bianchi su sfondo blu si potrebbe suggerire a Immobile, Scamacca, Raspadori, Belotti, Insigne, Berardi, insomma a tutti quelli che nutrono ambizioni, di indossarne una che ne parafrasi il testo: “Why always him?”. A tre anni e spiccioli dall’ultima volta, non esattamente indimenticabile e anch’essa giunta grazie a Mancini dopo quattro anni di oblio azzurro, il ritorno in Nazionale di Balotelli lancia un messaggio disperato e disperante al gruppo: bambole, qui si rischia seriamente di restare fuori e, siccome di voi mi fido e so anche che già una volta è andata di lusso ma la seconda magari no, ho qui la soluzione che farà parlare - bingo! - e forse anche ci può qualificare. Dentro o fuori, tutto o niente, ed è forse quanto di meglio ci sia per uno come Balotelli che già gonfia i bicipiti per smentire le Cassandre e ridicolizzare i miscredenti. Per lui, se davvero il ct dovesse dargli fiducia ai playoff, sarebbe una win-win situation: eroe della qualificazione o, al massimo, protagonista mancato di una Nazionale che si era già divorata l’occasione facile facile in autunno, quando Mario era ancora roba da The Giornalisti - come si fa a vivere la modernità senza fare schifo? - più che da scrivani attenti alle cose del pallone, e quindi mica era colpa sua.

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I segnali veicolati con questa chiamata da Mancini, poi, sono forse ancor peggiori del messaggio di cui sopra. Nascosto dal significante c’è un significato che trasforma in vuota retorica l’estiva deificazione del concetto di gruppo, la recita a soggetto che s’impone sul copione, per non parlare del sottinteso puramente tecnico-tattico, perché - posto che l’Italia oggi non ha attaccanti di caratura realmente internazionale - ciò significa che la fiducia in quelli che crescono è poca e la voglia di dar loro un’opportunità ancor meno. Il ct che chiama Balotelli è il direttore di giornale che rispolvera il pensionato tronfio ed egoriferito, l’azienda che non assume perché su piazza c’è quello a partita Iva che anni fa ha fatto un capolavoro poi non ne aveva più voglia, è il capo di partito che rilancia Mario Draghi - SuperMario, anche qui - nella partita per il Quirinale perché non è capace di tirare fuori un nome credibile nemmeno tra i suoi, non avendoci pensato prima e non avendone creato alcuno. È insomma l’Italia che una certa generazione conosce fin troppo bene e ora rischia pure di doverne tifare le logiche pur di rivivere l’atmosfera di un Mondiale. Ma sul serio?

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Poi, grattando la filosofia, c’è l’aspetto tecnico. Balotelli, in assoluto, ha forse qualità non rintracciabili in alcuno dei compagni azzurri, ma nelle ultime esperienze in Italia non ha lasciato segno e in Turchia - dove il capocannoniere è Aleksandar Pesic, mica Salah - i suoi numeri, pur buoni, sono simili, per dire, a quelli di Stefano Okaka, che nel medesimo campionato segna con la stessa continuità ma nemmeno può sognarla una possibilità azzurra. Nel suo caso, quello turco è un torneo da periferia dell’impero, ma a leggere in giro sembra che per Balotelli - la personificazione del periodo ipotetico del terzo tipo, quello dell’irrealtà: se fosse stato, se avesse fatto, cose così - sia diverso, che i gol e gli assist nell’Adana Demirsport di Montella valgano di più.

Occhio, ecco il treno. E potrebbe pure non essere l’ultimo.

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