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29 maggio 2026

L’Isola se ne è preso un altro: addio a Daniel Ingham, figlio delle road races, tradito dalla Doran ora che anche il TT ha cominciato a morire

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

29 maggio 2026

L'incidente mortale di Daniel Ingham a Doran’s Bend e la storica cancellazione dei sidecar segnano il tramonto definitivo del Mountain Course? Forse sì all’indomani dell’ennesima cronaca di un lutto annunciato, ma tra il romanticismo folle delle road races e un mito che, per sopravvivere, ha già iniziato a morire, l’ultima cosa da fare è giudicare dai soliti odiosi pulpiti senza tenere conto dell’unica verità che conta: l’animo di chi è disposto pure a morire pur di viversela
L’Isola se ne è preso un altro: addio a Daniel Ingham, figlio delle road races, tradito dalla Doran ora che anche il TT ha cominciato a morire

Il Mountain s’è fatto trovare alla cassa. Non lo faceva da un po’, ma sapevano tutti che sarebbe successo ancora: esige il tributo di sangue. Pensavamo, nell’illusione ottica di un biennio stranamente clemente, che l’asfalto dell’Isola di Man avesse saziato la sua fame. Errore di calcolo. Ingenuità da profani. Il Tourist Trophy 2026 ha aperto il suo taccuino nero durante la terza sessione di qualifiche, portandosi via Daniel Ingham. Aveva trentatré anni, l’età in cui gli uomini normali tirano le somme di una giovinezza che sfuma; lui, nato a Melton Mowbray e svezzato a pane e benzina, cercava la consacrazione definitiva nella classe regina, dopo dieci stagioni passate a corteggiare la morte e la gloria su quelle stesse strade.

La dinamica? La solita, ma nella maledetta curva di Doran: la perdita di controllo, l’impatto devastante e niente da poter fare più per i soccorritori. Vogliamo ricominciare a parlare di quanto è bastardo il TT, di quanto è disumano e andrebbe vietato? Cambiate giornale, qui la posizione è un’altra: il TT è un patto tra uomini che scelgono e il destino che decide. Tutti sanno. Tutti sono consapevoli. E tutti, anche se si fa finta di non saperlo, sono pronti a quello che può succedere. Ingham conosceva ogni singola pietra, ogni avvallamento del tracciato fin da quando, nel 2016, aveva debuttato al Manx Grand Prix, arrivando a prendersi un sogno nel 2024 con la vittoria del Senior Manx. Era uno di loro. Un professionista di quella roba potente che sono le road race. Anche se adesso, come è giusto e umano che sia, vediamo solo le lacrime della moglie Helayna e dei piccoli Joey e Phoebe.

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Però la verità, cruda e spogliata dalla retorica strappalacrime dei comunicati ufficiali, è che chiunque firmi l’iscrizione al TT ha già stipulato un patto faustiano con la velocità. C’è un cinismo romantico, nell’anima di un road racer: l’accettazione consapevole che la morte perfetta, se proprio deve consumarsi, ha il profumo della miscela e il suono di un limitatore che sbatte contro il cielo dell’Isola. Morire qui non è un incidente sul lavoro, è una trasfigurazione mitologica che il pilota accetta col sorriso truce di chi disprezza la mediocrità di una vecchiaia in poltrona. O, al limite, di una vita in sella, ma col margine delle vie di fuga. Non è disprezzo della vita: è celebrazione della vita. Anche se a volte va male. Anche se ogni volta fa un gran male.

Intanto, come sempre, l’addio a un pilota non ha fermato gli eventi sull’Isola. Ma una decisione per il futuro – che forse anticipa la grande decisione che prima o poi arriverà e che segnerà la fine del TT – è stata presa: niente più sidecar. Forse è giusto così. Ma è l’inizio della fine. E con una decisione drastica, che rompe con un secolo di tradizione, la direzione di gara e il promotore hanno decretato la sospensione totale e immediata della categoria sidecar per tutto il resto dell’evento 2026. Una resa incondizionata dettata da una revisione tecnica urgente che sa di capolinea storico. Lo spettacolo deve andare avanti, dicono, e gli orari verranno rivoluzionati per salvare le dirette televisive; ma l’Isola, questa volta, ha cominciato a cambiare pelle.

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