Quattro gare, zero vittorie. La Ferrari ha lasciato Miami lontana dai migliori e avvicinata dagli avversari, se non addirittura sorpassata. Il weekend che doveva essere quello della svolta, con uno dei pacchetti di aggiornamenti più massicci dell’anno, si chiude con le stesse domande di Shanghai, di Suzuka e del Bahrain.
La SF-26 è una buona macchina, ma non basta e a Maranello lo sanno da febbraio. Così come lo sanno i piloti, che dopo ogni gara indicano lo stesso punto debole con chiarezza e un pizzico di frustrazione. Ormai, lo ha capito il paddock intero. Questione soprattutto di velocità in rettilineo, punto debole di questo nuovo progetto, con un gap evidente su tutti i circuiti fin qui affrontati, a prescindere dalle loro caratteristiche. Il motore paga dazio rispetto a quelli di Mercedes e Red Bull, e anche parecchio visto che si parla di una trentina di cavalli.
In Florida è arrivato un pacchetto massiccio, che per certi versi ha funzionato, ma non è stato abbastanza e ad approfittarne sono stati gli altri. Mercedes si è confermata, McLaren ha fatto un grosso passo avanti e Red Bull si è avvicinata. La Ferrari, invece, è rimasta dov’era, se non anche peggio. E allora viene da chiedersi, come si è arrivati a questo punto? Il regolamento 2026 non è nato ieri e a Maranello, complice la disfatta della passata stagione, ci avevano scommesso senza mai negarlo. Doveva essere un’occasione per rilanciarsi, eppure Ferrari si presenta al primo anno della rivoluzione tecnica con un motore che i suoi stessi piloti descrivono come il principale limite della vettura.
Nel frattempo la Red Bull, che fino a qualche anno fa comprava i motori da altri, ha costruito una power unit che funziona probabilmente anche meglio. E lo ha fatto senza decenni di know-how, che nel Motorsport non conta poco. Un team costantemente in ascesa nonostante ogni difficoltà, altro che bibitari o costruttori di soli telai.
Invece, a Ferrari anche stavolta manca il famoso ultimo pezzo del puzzle. Il 2026 è l’ennesimo anno iniziato dovendo inseguire, con i piloti costretti ad andare oltre un limite - quantomeno per il momento - non indifferente. Nel frattempo, però, ai piani alti vige il gioco del silenzio. Come più di qualcuno ha fatto notare, anche quest’anno né il presidente Elkann né l’Amministratore Delegato Vigna si sono fatti sentire.
Anzi, lo hanno fatto, ma ripetendo sempre la solita storia: fiducia nel lavoro, incoraggiamento al gruppo, ottimismo sul futuro. Parole che, dopo decenni passati a zero titoli, cominciano a stare molto strette. Ultima vittoria Ferrari? Messico 2024. Ultimo titolo costruttori? 2008. Ultimo titolo piloti? 2007. Non male - si fa per dire - per il costruttore più titolato nella storia della F1.
La vera Scuderia sembra sia scomparsa, ormai da parecchio tempo. E viene da pensarlo anche rispetto al peso politico che, nelle ultime stagioni, Ferrari ha espresso. Pari a zero, se non peggio. Nelle camere della Federazione c’è stato qualche no all’inizio di questa stagione, o poco più. Tutto questo mentre gli altri rappresentanti alzano la voce, si fanno sentire. E in tal senso, a far riflettere è anche il fatto che, delle figure associate al Cavallino, il più coinvolto emotivamente sembri essere Luca Cordero di Montezemolo, che la Scuderia ha smesso di rappresentarla parecchi anni fa. Anche perché, quando presenti, Elkann e Vigna sembrano essere su un altro pianeta.
Non è una questione di colpe da assegnare, ma di priorità. La Ferrari ha le risorse, ha la storia e ha due piloti che in macchina fanno il loro lavoro e spesso anche qualcosa in più. A mancare, e si è visto anche in questo inizio di stagione, è la sensazione che vincere sia davvero l’unica cosa che conta. Sembra esserlo per Leclerc ed Hamilton, ma non per il Cavallino. E finché sarà così la lista delle scusanti continuerà ad allungarsi, sempre senza vincere.