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La Juve non è una squadra
per numeri 10: da Del Piero a Dybala,
perché in bianconero non esiste riconoscenza

  • di Lorenzo Longhi Lorenzo Longhi

23 marzo 2022

La Juve non è una squadra per numeri 10: da Del Piero a Dybala, perché in bianconero non esiste riconoscenza
Dybala scaricato senza nessuna gentilezza è soltanto l’ultimo caso di giocatori simbolo che hanno vestito la maglia bianconera e, dopo essere diventati idoli dei tifosi (se non proprio bandiere) a un certo punto vengono “licenziati” neanche fossero l’ultimo dei magazzinieri. Del Piero è il precedente più emblematico. La dirigenza, dall’avvento di Andrea Agnelli, ricerca infatti una freddezza nei rapporti di lavoro che ha un qualcosa di padronale che ben si adatta a una impresa, molto meno all’empatia che il calcio riesce a creare

di Lorenzo Longhi Lorenzo Longhi

Non un ringraziamento, non un ciao ciao, e del resto Maurizio Arrivabene non è La rappresentante di lista, mica ha bisogno di un motivetto orecchiabile e di un balletto per silurare qualcuno. No, sbam, una frase che è una sentenza, una legnata nei denti: “Paulo non è più al centro del progetto, il contratto di Dybala non è stato rinnovato, la decisione è stata presa”. Al di là delle scelte tecniche ed economiche, che la Juventus ha tutto il diritto di fare e qui non sono affatto oggetto di discussione, è il modo di chiudere la lunga avventura che lascia perplessi, tanto dal punto di vista comunicativo quanto da quello del modus operandi, essendo stato Dybala, comunque lo si consideri, uno dei simboli della Juventus recente. Con Arrivabene nella parte del cattivo davanti alle telecamere per Dybala non c’è stata nessuna carezza, nessuna retorica cerchiobottista, nemmeno la furbizia comunicativa di soprassedere - non mentire, ma semplicemente glissare - sul fatto che neppure gli fosse stato offerto il rinnovo. Progetto, centralità, futuro. Ma tu no.

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Alcuni numeri 10 simbolo della Juve

Nulla di nuovo. Da quando Andrea Agnelli è al vertice del club per i giocatori più di lunga milizia, e per questo ingombranti, raramente l’addio è stato all’insegna dell’empatia, non esattamente una caratteristica di casa, e c’è una data per tutte a segnare il tempo, quella del 18 ottobre 2011. Contesto: la Juventus, reduce da due mortificanti settimi posti, ha da poco preso possesso dello Stadium, è alla prima stagione con Antonio Conte in panchina, ha iniziato bene il campionato ma l’epopea dei nove scudetti di fila, ai primi vagiti, è ancora ben lungi dall’essere delineata. Oggi quella data non se la ricorda più nessuno o quasi ma quel giorno, nel corso dell’assemblea degli azionisti Agnelli, in calce a una riflessione sul neonato Stadium e sui precedenti impianti di gioco della squadra, se ne uscì con un fuori tema di straordinario cinismo: “L’unico legame tra le varie case della Juve - disse - è il nostro capitano, Alessandro Del Piero, che ha voluto rimanere con noi ancora un anno per quello che sarà il suo ultimo anno in bianconero”. Gelo tra i presenti che tutto si sarebbero attesi fuorché quello. Il capitano, l’idolo di un popolo, il numero 10, il giocatore per distacco con più presenze e con più reti nella storia del club dimissionato così, con un inciso tranchant mentre si parlava d’altro. Del Piero non aveva mai manifestato, almeno in pubblico, l’intenzione di lasciare il club al termine della stagione - che sarebbe finita con uno scudetto memorabile per lui e per la Juventus - e peraltro, ovviamente, all’assemblea degli azionisti non era nemmeno presente. Qualche mese più tardi, in un’intervista a Vanity Fair, avrebbe anzi spiegato come il suo sogno fosse quello di chiudere la carriera nella Juventus e di essere rimasto “sorpreso” dall’annuncio del presidente.

Un caso? Tutt’altro. La ricerca della freddezza nei rapporti di lavoro ha un qualcosa di padronale che si adatta a diversi manager. Questa è la decisione: stacce. Emozioni zero, dissimulazione a pacchi (il presidente Uefa Ceferin, non esattamente una vergine immacolata, tante ne ha dette e altre ne avrebbe da dire), cinismo come stile di vita. Con Gigi Buffon, un altro che della Juventus ha fatto la storia, la separazione di un anno fa - la seconda dopo quella temporanea del 2018 - si consumò all’insegna dell’inazione, dell’accidia. Se tre anni prima il saluto si era concretizzato in una conferenza stampa tra applausi, lacrime e abbracci con Agnelli, il secondo portava in dote soprattutto una frase del portiere, quel “tolgo il disturbo” che magari non ha scalfito il rapporto con il presidente (Buffon, Agnelli e rispettive compagne sarebbero stati fotografati a cena assieme a campionato finito - abile mossa comunicativa - con il portiere a parlare dell’ex capo come di un “vulcano di idee” dal quale è impossibile aspettarsi “pugnalate alla schiena”) ma ha di nuovo evidenziato l’algido distacco del club nella gestione di certi casi.

Ora, Dybala non è né Buffon né meno che mai Del Piero, ma è comunque alla Juventus dal 2015, ha giocato oltre 280 partite in bianconero, è a un passo dalla top 10 dei marcatori del club ed è probabilmente, per la sua immagine comunque fresca e l’esultanza della maschera che tanto gasa i ragazzini, oltre che per il talento e il numero 10, il giocatore più amato dai tifosi bianconeri più giovani. Lascerà la Juventus il 30 giugno a parametro zero: il vulnus non è la decisione, è come questa è stata veicolata e recepita, con la società capace di uscirne male pur avendo in mano tutte le carte per uscirne al meglio. Ci vuole talento anche in questo.

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