I temi della successione, dell'eredità e della memoria avvinghiano da sempre l'uomo. Già gli antichi greci, come racconta la letteratura omerica, dedicavano loro ampi spazi di riflessione. Avevano intuito che il più grande limite di una vita fosse la mortalità e che questa, in qualche modo, dovesse essere sconfitta. L'esistenza di per sé è fugace, come ricordano Glauco e Diomede in un passo dell'Iliade, usando una fortunata metafora – dove gli uomini e le loro vite vengono paragonati a delle foglie d'autunno - che, nella storia delle arti, sarebbe stata ripresa per millenni, giungendo fino ad Ungaretti, che ad essa avrebbe attinto per Soldati.
In ogni caso, con il loro proverbiale acume, gli ellenici serbavano in pugno la cura per la mortalità. Virtù e onore (o meglio: aretè e timè) , se praticate, avrebbero permesso agli uomini di essere ricordati per sempre, dando loro la desiderata immortalità e poco importa se spirituale e non fisica.
Viene spontaneo, quindi, partendo dalla patria dello sport per eccellenza, trasferire questo genere di riflessioni alla recente scomparsa di Varenne. In un articolo di pochi giorni fa, ci siamo soffermati sulla portata delle imprese e della popolarità del figlio di Waikiki Beach e Ialmaz, citando, en passant, la sua sterminata prole.
Quanto vale il seme del Capitano
Virtù ed onore, infatti, il campione emiliano, oltre che in pista, ha saputo ottenerle anche nelle vesti di riproduttore, ruolo in cui pagine di record hanno assegnato, ad una sua singola dose di seme, un valore di oltre 15mila euro. Basti pensare che, fino ad oggi, l'intera produzione italiana – è questo il termine tecnico che indica gli eredi di uno stallone – del Capitano (che grazie a dosi di seme congelato potrà “montare” fino alla fine del 2027) ha incassato oltre 72 milioni di euro, rendendolo il miglior stallone in Italia per 12 anni, dal 2010 al 2022.
Nonostante il ritiro di molti dei suoi 2000 discendenti, il sangue del Capitano riesce ancora ad imporsi in pista grazie a dei brillanti “portabandiera”. Sono suoi figli, ad esempio, Falco Killer Gar e Diamond Truppo, portacolori della facoltosa scuderia Pachino Horses (che trae il nome dalla specialità IGP dell’omonimo comune) in grado di incassare, congiuntamente, circa 1 milione di euro.
È con i nipoti, però, che nonno Varenne sta vivendo la sua terza epopea. La migliore di essi è Diva Ek, una femmina di 7 anni al vertice del trotto tricolore.
La forte baia ha stabilito il nuovo record italiano assoluto sul miglio – con un percorso in 1'49'' (53 km/h) - e sta polverizzando gli avversari di tutto il mondo, proponendosi come la favorita dell'International Trot di New York del prossimo 12 settembre, gara da un milione di dollari equivalente al Mondiale del Trotto, a cui viene invitato il miglior cavallo di ciascuno dei maggiori Paesi ippici.
Ciononostante, da giorni, gli estimatori di Varenne si domandano se mai rivedranno un fuoriclasse del genere. È chiaro che bisogna fare un distinguo tra la portata sportiva delle imprese e il clamore mediatico e popolare suscitato dalle stesse. In questo senso, si potrebbe proporre un parallelo con quanto fatto da Alberto Tomba nello sci.
Se è vero che oggi assistiamo, di continuo, alle grandi gesta di Sofia Goggia e Federica Brignone, è anche vero che, almeno per la mia generazione - che del grande sciatore ha solo rivisto vecchi filmati ed ha ascoltato i racconti dei più grandi – il mito di Tomba sembra ineguagliabile: nessuno, nel suo sport, ha più congelato la nostra nazione di fronte ad uno schermo.
Lo stesso concetto può essere allora applicato al caso Varenne: anche se verrà, un nuovo campione difficilmente potrà andare oltre lo sport. Qualcosa di simile, per rendere l'idea, la viviamo oggi con Gianmarco Tamberi per il salto in alto, Jannik Sinner per il tennis, Kimi Antonelli per la Formula 1 e l'abbiamo vissuta con Valentino Rossi nella MotoGP: senza sapere molto di tecnicismi e storia, milioni di telespettatori sono legati da un filo invisibile a questi personaggi che gli americani definirebbero 'larger than life'.
Gino, Ginostrabiggi
A dirla tutta, però, un nome per il post-Varenne c'è ed è quello di Ginostrabliggi. Si tratta di un campioncino di 4 anni, di stanza in Francia presso la scuderia di Philippe Allaire (che ne è allenatore e proprietario), che ha incantato gli appassionati nelle sue rare uscite in pista. All'attivo, per lui, vi sono già 12 vittorie in 17 corse disputate, con 5 Gruppi I – prove di massimo livello internazionale - in bacheca e più di 700mila euro guadagnati.
Per Gino – così viene affettuosamente chiamato - il suo preparatore, che ha già posseduto molti dei più grandi campioni europei di questo secolo, ha speso parole al miele, arrivando a definirlo come “il miglior soggetto mai avuto”. Al momento, per scelta del suo entourage, il piccolo craque riposa da gennaio, ma si vocifera sia ormai pronto ad affrontare nuove gare.
Ad attenderlo vi è il meeting d'hiver parigino, una fitta serie di prestigiose e ricchissime prove – da novembre a marzo - che vede il proprio cardine, l'ultima domenica di gennaio, nel Grand Prix d'Amerique: corsa faro dell'ippica europea che manca all'Italia dal 2002, quando a vincerla furono Varenne e Giampaolo Minnucci.
Ginostrabliggi – nome che s'ispira ad un ex rapinatore interpretato da Alain Delon in Due Contro la Città (1973) – troverà lì l'elite del trotto internazionale, ma potrà contare sulla preziosa cabala. Proprio come Varenne, infatti, farà coppia con un fidato driver italiano, Gabriele Gelormini, e, così come il Capitano, sarà presentato da un allenatore straniero, Philippe Allaire.
Varenne fu terzo nel suo primo Amerique, quello del 2000, ostacolato in ogni modo dai francesi lungo tutti i 2700 metri. A Gino, dunque, spetta l'arduo compito, nel tentativo di onorare il proprio nome, di restituire il favore ai transalpini, rubando a casa dei ladri il trofeo più ambito.