Nel 1965, sulla scia di un’aria che pareva star cambiando, un giovane cantautore modenese, al tempo poco più che venticinquenne, dava i natali ad una canzone destinata a diventare l’inno di intere generazioni, a muovere gli animi e le coscienze del proprio tempo e, cosa forse meno importante, entrare a far parte di quei luoghi polverosi e angusti che mal tollerano le nouvelle vague, che mal giudicano chi non è perito da almeno cinquant’anni: le antologie scolastiche. Quella canzone incarnava il pensiero di turbe intere, di molti coetanei dello stesso autore, fomentati dalle ingiustizie sociali ed istituzionali dell’epoca, dal crollo dei valori e dell’etica umana. Il titolo di quella canzone - Dio è morto - riecheggiava proprio questo concetto, sublimato stupendamente da Friedrich Nietzsche in “Così Parlò Zarathustra”, dal quale il giovane e colto Guccini attinse la celeberrima massima.
Proprio quel Dio, risorto in soli 3 giorni come il cantautore modenese aveva predetto, esattamente 30 anni dopo e sempre in Emilia Romagna, ma stavolta nella splendida tenuta Zenzalino di Copparo, in provincia di Ferrara, dava i natali al più grande atleta animale che la storia umana abbia mai conosciuto: Varenne, uno splendido puledro baio nato dall’americano Waikiki Beach e dalla saura Ialmaz.
Varenne, allevato congiuntamente dalla famiglia Viani e da Jean Pierre Dubois, figura di spicco dell’ippica francese, avrebbe presto conquistato i riflettori. Accadde, per la prima volta, quando il giovane predestinato compì 3 anni, di nuovo in una provincia emiliana: Bologna. Non fu un debutto vincente, ma bastó perché Enzo Giordano decidesse di sborsare per lui la cifra record di 150milioni di lire, accettata dalla proprietà anche per via di un frammento osseo libero - un cosiddetto “chip” - in un arto che si credeva avrebbe causato fastidi in futuro. Nessuno poteva sapere che quel giovane puledro sarebbe divenuto il cavallo più vincente ed iconico della storia, con buona pace dei galoppatori e dei saltatori.
Già, perché Varenne fu un campione della specialità del trotto, quella in cui i cavalli corrono trainando un apposito calesse, detto sulky, su cui siede il driver, parte di un tandem incantevole con l’animale pilotato. Fu Giampaolo Minnucci ad avere l’onore di tenerne le “guide”, mentre il finlandese Jory Turja fu il trainer del figlio del vento. Varenne - che conquistò presto il soprannome di Capitano - crebbe corsa dopo corsa, giungendo a vincere nel 1998 il Derby Italiano, la corsa di maggior prestigio nel nostro Paese.
Fu solo il primo grande traguardo del portacolori di Enzo Giordano, che ottenne in età anziana (dai 5 anni in su) i suoi maggiori successi. In coppia col fidato Minnucci, il Capitano trionfò, nel 2001, nel Grand Prix d’Amerique di Parigi - maggior appuntamento annuale mondiale per il trotto - , riportando in Italia un trofeo che mancava da oltre 50 anni.
Varenne quell’anno vinse anche l’Elitloppet di Stoccolma ed il Lotteria di Agnano, completando quello che, per usare la calzante terminologia tennistica, equivale ad un Grand Slam del trotto europeo. Ripetè l’impresa un anno dopo, nel 2002, ultima stagione di una strabiliante carriera che lo vide ottenere altre vittorie di rilievo, come la Breeders Crown degli Stati Uniti, o come il St. Michel Ajo di Mikkeli, in Finlandia, dove siglò l’allora record del mondo per un trottatore sulla classica distanza del miglio.
Varenne fu un fenomeno di massa, che condusse l’ippica fuori dalla propria nicchia, fatto notevole, e affascinò migliaia di neofiti, fieri di gioire grazie alle sue imprese. In totale, il portacolori di Enzo Giordano vinse oltre 6 milioni di euro e 63 delle 72 corse sostenute, cifre ancora oggi da record e capogiro. Seguì una carriera da riproduttore strepitosa, dove diede i natali a oltre 2000 cavalli, in più casi vincitori di Derby Italiano, altri capolavori di un artista infinito, di un eroe dei due mondi come non se ne vedevano da oltre 100 anni.
L’inossidabile Varenne si è spento questa notte, nell’allevamento LJ di Dario De Angelis, dove risiedeva da un paio d’anni per volere ultimo del suo Giordano, anch’egli recentemente scomparso. A sconfiggere Varenne è stato un infarto del miocardio, dopo che lo scorso maggio aveva compiuto 31 anni.
“Dio è morto”, ma solo per tre giorni.