Piazza del Campo, Siena. Sono da poco trascorse le 20 quando la folla che riempie la conchiglia inizia a borbottare e lamentarsi, a intravedere possibile un nuovo rinvio della “carriera”, già posticipata di due giorni per via del maltempo. Godo di una postazione privilegiata, anche se da dove mi trovo a malapena si distinguono i canapi, colpevole anche la grossa distanza tra essi e la curva di San Martino - rotonda e rapida, dove in piena discesa i cavalli sfidano la fisica lanciati ad oltre 60 km/h - , dove mi trovo.
Gli occhi di tutti sono sul tandem composto da Anda e Bola e Tittìa, al secolo Giovanni Atzeni, prodigio della natura a caccia del suo tredicesimo Palio, che gli permetterebbe di portarsi ad un tiro di schioppo da Aceto, che di “cenci”, a casa, ne ha portati 14. Il fantino sardo-tedesco indossa una giubba blu, che avrebbe su di sé pure una conchiglia, la quale si vede a stento dal posto in cui osservo. Se vogliamo, lo aiuta pure a mimetizzarsi - non che ne avrebbe bisogno – nell’ambiente ombroso.
Quelli che veste, tuttavia, non sono colori qualsiasi: sono i colori del Nicchio, la contrada che per prima gli diede fiducia in quel lontano 2 luglio 2003 e che adesso ricorre al figliol prodigo per riportare, in Via dell’Oliviera, una vittoria che manca da oltre 28 anni. Sono state già date un paio di partenze false, dopo ognuna delle quali Tittìa, col suo piglio diplomatico - che in un’altra vita gli avrebbe permesso di fare il politico –, ha presto intercettato Carlo Sanna, fantino dell’Aquila, per contrattarne i servigi.
Brigante, questo il nome di battaglia di Sanna, parte infatti di rincorsa e, pur montando uno dei cavalli più attesi, Benitos, ha pochissime chance di vittoria e come si usa fare in questi casi, si bada al sodo: chi parte di rincorsa decide quand’è il momento di andare e questo, quindi, gli attribuisce un’importanza strategica senza eguali. Avere la rincorsa dalla propria parte equivale ad avere mezzo Palio in una tasca e, se ti chiami Giovanni Atzeni, l’altra metà la nascondi ben bene nell’altra.
Gli avversari sono tutti all’interno, a partire da Diodoro, di proprietà dello stesso Tittìa, reduce da 3 vittorie consecutive in Piazza del Campo e toccato in sorte, in quest’occasione, alla Lupa, che ha optato per montare Dino Pes, meglio noto come Velluto. Vi è poi l’Onda, alleata del Nicchio ed autrice di una coppia intrigante, dove il vecchio ed esperto Viso d’Angelo è affidato al giovane e lanciato Andrea Sanna, il quale, quando calpesta il tufo, diventa Virgola.
Infine l’avversario di sempre, o meglio dire, vista l’ultima vittoria datata 2 luglio 2017, di un tempo: Jonatan Bartoletti, pistoiese classe 1981 ingaggiato dalla contrada della Chiocciola, che, date le scarse possibilità di Arestetulesu, spera nel canto del cigno di Scompiglio. Bisogna però affrettarsi, perché ormai non restano che altri 5 minuti di fioca luce e Siena non può attendere ancora.
Tittìa, con una maestria d'altri tempi, comanda una piroetta al proprio atleta, che può così acquisire un paio di metri di rincorsa rispetto agli avversari, lasciati a maturare, fermi, dietro al canape. È il chiaro segno, rivolto a Brigante ed alla contrada dell’Aquila, che è giunta l’ora di andare. Carlo Sanna, che sa come si fanno gli affari, asseconda le volontà di Atzeni: si parte.
Dalla nuvola di concorrenti emerge fin da subito la giubba blu del Nicchio, che acquisisce svariate lunghezze già nelle prime fasi di gara su un manipolo di inseguitori capeggiato da Selva, Torre ed Istrice, mentre Diodoro e la Lupa, come nelle migliori congetture dell’architetto italo-tedesco, sono rimasti folgorati da una partenza inattesa.
Non c’è storia: a metà del secondo giro, Tittìa ha persino il tempo di voltarsi e controllare chi lo insegue: non c’è nessuno. È un trionfo senza precedenti, nonché uno spettacolo per gli occhi vedere due atleti di questo livello lanciarsi a velocità da brividi lungo le caduche curve di San Martino e del Casato.
All’inizio dell’ultima circonferenza, poi, accade qualcosa di unico: la Piazza, fin lì moderatamente chiassosa, sembra assumere vita propria. Migliaia di persone, all’unisono, compiono gli stessi gesti e paiono trasalire, colte da un’estasi berniniana. È una bolgia senza precedenti, un rumore che, pure per chi come me frequenta stadi di calcio e lo sport tutto, risulta complesso da dipingere. Dopo l’ultimo Casato, Tittìa alza il nerbo al cielo con cinquanta metri d’anticipo, tant’è salda la vittoria, lasciando briciole agli avversari, costretti a lottare per il podio che, sul tufo senese, equivale più a rammarico che a contentezza.
I contradaioli del Nicchio – di cui molti a secco da una vita - invadono la pista: è il tripudio del blu. Tittìa cade, inciampando su d’un esultante che s’era messo davanti ad un Anda e Bola ancora lanciato. Ne segue un carosello di cadute e tonfi, con cavallo e civili incolumi e fantino meno. Tittìa viene portato presto in ospedale, dove, cosciente, gli viene diagnosticato un trauma cranico, che, nel momento in cui scrivo, non parrebbe destare grande preoccupazione.
Anche Atzeni, allora, può gioire di un’impresa storica, che gli permette di eguagliare Luigi Bruschelli a 13 palii, di portarsi ad uno solo da Aceto e, soprattutto, a due dal record assoluto detenuto dal Gobbo Saraciolo e Bastiancino, appartenenti, rispettivamente, a 19esimo e 18esimo secolo.
Non solo, perché Tittìa, autore di un prestigioso cappotto (aveva già vinto il Palio di Provenzano dello scorso mese), pone in bacheca un altro traguardo notevole, quello di rimuovere la “cuffia” – appellativo scherzoso con cui si indica la contrada “nonna”, quella a secco da più tempo – a due contrade nello stesso anno: a luglio, infatti, l’italo-tedesco aveva riportato al successo l’Aquila, a digiuno da 34 anni.
Chiude la serata la schiera blu del Nicchio, che popola per molti minuti la curva di San Martino da cui s’esce, con, issato al centro del gruppo, il tanto agognato cencio, che richiama proprio le tinte scure ed epiche di chi lo impugna e lo eleva nella Piazza, dove le luci soffuse e calde dei locali strizzano l’occhio ai colori della nobile contrada di Via dell’Olivera.