L’Italia vince tutto. Vince ovunque. Ormai contro chiunque e in qualsiasi disciplina richieda sudore, talento e cervello. Ecco sì: anche cervello. E già qui abbiamo detto tutto quello che c’era da dire. Solo che l’algoritmo di Google vuole articoli lunghi, quindi ‘n’attimo di pazienza e andiamo avanti: i numeri e i fatti dicono che siamo una potenza sportiva planetaria. E a sbassarci la media, come la matematica al Liceo Classico, c’è una voce che continua a infestare la pagella, a drogare le edicole e a deprimere chiunque ami veramente l’agonismo e la competizione: il calcio. Mentre gli altri sport collezionano titoli mondiali ed europei con una regolarità quasi noiosa, il pallone nostrano continua a marcire. Un sistema fallito, più grave che Gravina: zero visione, tecnica e morale, a cui si aggiunge una supponente incapacità di prendere atto della propria irrilevanza.
Basta guardare cosa è successo all’atletica leggera agli Europei di Birmingham. Gli azzurri hanno letteralmente massacrato la concorrenza in casa dei britannici: primo posto nel medagliere con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Ventidue medaglie totali, primo posto nella classifica a punti a quota 226 ed eguagliato il record di 45 finalisti. Roba da padroni assoluti. La 4x400 maschile con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati ha beffato la Gran Bretagna per tre centesimi. Larissa Iapichino ha stampato un 7,00 nel salto in lungo vincendo di un centimetro. Massimo Stano e Sofia Fiorini si sono presi l'oro nella maratona di marcia. Questa è la nazionale più forte di sempre. Punto.
Al nuoto la musica non cambia. Agli Europei la selezione azzurra ha fatto il pieno: 43 medaglie totali, 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, surclassando per volume sia Russia sia Germania. Simona Quadarella ha piazzato la terza tripla vittoria consecutiva tra 400, 800 e 1500 stile libero, toccando quota undici titoli europei individuali. Nel frattempo gente come Nicolò Martinenghi, Thomas Ceccon, Benedetta Pilato e la giovanissima Sara Curtis continua a stare fissa sul podio e rendere gustose proprio le promesse che sono. Poi vai alla ginnastica. Ai Mondiali di ritmica a Francoforte Sofia Raffaeli si porta a casa l’argento al cerchio e il bronzo nell’all-around. Agli Europei di artistica a Zagabria la squadra femminile incassa medaglie, con Manila Esposito oro al corpo libero e argento alla trave e nel concorso a squadre insieme a Elisa Iorio, July Marano, Giulia Perotti e Anthea Sisio.
Allarghiamo la visuale? Jannik Sinner ha spiegato al mondo come si gioca a tennis e è stabilmente il numero uno. Kimi Antonelli in Formula 1 dimostra cos'è il talento puro a diciannove anni. La MotoGP è un feudo quasi privato di piloti italiani e privatissimo di moto italiane. Alle Olimpiadi invernali, qualche mese fa, l'Italia è salita sul podio a ripetizione. Sicuramente ce ne scordiamo pure tanti. In mezzo a questo sfacelo di bellezza e vittorie, cosa fa il tifoso medio italiano? Piange per undici espositori di tatuaggi con tanto di riserve e struttura politica che si tirano dietro che non riescono nemmeno a qualificarsi a un Mondiale. Ma, di contro, in terms di risorse, succhiano – per sprecarlo – tutto quello che altri sport, invece, trasformerebbero in boost per fare ancora meglio.
Ma veramente siamo così incapaci di staccarci dal cordone ombelicale di uno sport morto? Si continuano a idolatrare dei mediocri senza capire che i veri sportivi, quelli con le palle vere, si allenano al buio, lontano dal grezzume e dalla poraccitudine ormai tipica di quei calciatori a cui persino “la rosea” (Gazzetta dello Sport) continua imperterrita a dedicare decine di pagine a trattative fittizie di calciomercato, litigi da spogliatoio e tatticismi da bar. Tre colonne sul risentimento muscolare della terza riserva del Milan e un trafiletto striminzito in pagina ventotto per chi diventa campione del mondo o distrugge un record europeo. Forse meritiamo la miseria calcistica che riceviamo. L'Italia dello sport è fortissima. È l'Italia dei pallonari a essere una barzelletta che non fa ridere.