Sarebbe da pensare alla Figc come una sorta di simbionte, un ammasso informe e incolore, fatto di squadre, mummie di antichi dirigenti, interessi e, ovviamente, soldi. È un simbionte che tende a difendersi, autorigenerarsi, a rigettare il cambiamento. Non è un caso che, gira che ti rigira, da trent’anni ci siano sempre in mezzo gli stessi nomi, Abete, Galliani ecc.. Una parvenza di cambiamento poteva essere rappresentata da Giovanni Malagò (pensate un po’ voi...) che seppur nell’ambiente dei dirigenti sportivi italiani pascoli da tempi immemori, quantomeno aveva il merito di averlo fatto altrove, al Coni, e di aver portato comunque una serie di risultati. Ma l’era Malagò potrebbe già finire, dopo appena, quattro mesi, travolta da una questione che sembra uscita da una commedia burocratica.
Malagò si è candidato e poi è stato eletto senza avere il tesseramento federale, requisito previsto dallo statuto. Il ricorso dell’avvocato Renato Miele ha fatto emergere il problema, e a sorpresa sono comparse altre carenze nelle carte della candidatura, tra cui l’assenza di una dichiarazione sui requisiti. Il Coni ha quindi commissariato la Federcalcio, nominando come commissario... Malagò. Tutto bene quel che finisce bene, Malagò, uno e trino, presidente, commissario e destinato a essere rieletto presidente alle nuove elezioni fissate per il 14 dicembre.
Sembrava scontata infatti la candidatura unica di Malagò, eletto solo a giugno. Poi, il 28 ottobre, è sbucato Adriano Galliani. 82 anni, senatore di Forza Italia, storico amministratore delegato del Milan di Berlusconi, fedelissimo del fu Cavaliere e uomo della vecchia Federcalcio (Presidente della Lega Calcio dal 2002 al 2006, Vicepresidente della Lega Serie A dal 2013 al 2017 e Vicepresidente della Lega Serie B dal gennaio 2021 al giugno 2022) ha annunciato la sua candidatura sostenuto da Aic e Aiac (calciatori e allenatori) e spinto, a quanto si dice, da Marotta e Percassi.
È il calcio italiano che difende sé stesso, rigetta lo straniero e corre ai ripari. Galliani, Marotta, Percassi, aristocrazia dirigenziale che prova a tornare al potere. La metafora del Gattopardo in questi casi è stantia quanto calzante, questo è il Gattopardo del Gattopardo del Gattopardo. E gli stessi che pochi mesi prima hanno sostenuto Malagò ora cercano di detronizzarlo. Il motivo? Secondo alcuni è perché Malagò avrebbe fatto nomine senza consultare chi lo aveva votato. Si cita ad esempio quella di Beppe Signori a capo delegazione dell’Under 20, l’“anienizzazione” della Nazionale e dei ruoli federali. In un certo senso proprio quello che ci si aspettava da Malagò, una certa libertà nelle scelta, la fuoriuscita da certi schemi di potere e dai nomi dei soliti noti. Il tesseramento? Un pretesto, una scusa per tentare il colpo di Stato. La guerra è aperta.