C’è una donna che ha fatto del proprio vissuto in divenire, un rigoroso esercizio esistenziale: questa è la reale statura di Kate Antropova, che trascende dai suoi duecentodue centimetri d’altezza, dalle schiacciate e dai trionfi olimpici e mondiali. L’esistenza di un’atleta si definisce nei momenti in cui è capace di accogliere i cambiamenti, anziché pretendere la sicurezza della propria comfort zone.
Kate ha sempre tratto forza interiore dalle sfide, abbracciandole in ogni asperità e facendosi carne sul parquet ogni volta che il destino l’ha messa alla prova. E ora un nuovo appuntamento la attende: domani a Göteborg, contro la Croazia, quando l'Italvolley farà il suo esordio negli Europei.
Il commissario tecnico Julio Velasco si appresta a sciogliere le ultime riserve sul ruolo che vedrà protagonista l’italo-russa: se schiacciatrice o opposta. Un dualismo mirato a fornire più potenziale alla squadra, un’alternanza di soluzioni che ridisegna le rotazioni tattiche in campo, compresa la convivenza in attacco con Paola Egonu.
In un mondo dello sport professionistico spesso assuefatto al culto dell'io e ai personalismi esasperati, la risposta di Kate è una lezione di etica: se per vincere serve che sia la migliore portaborracce del mondo, lei è pronta a farlo. Totale azzeramento dell’ego e lucida consapevolezza che la forza del collettivo viene prima di qualsiasi personalismo, come dal pensiero di Julio Velasco, architetto delle menti, prima ancora che di tattiche. In questa via di scavo interiore s'inserisce perfettamente l’approccio pedagogico che Velasco ha scelto di instaurare con la squadra, mentore dell’immaginario che quest’estate ha donato a ciascuna giocatrice due libri. Non un banale sfoggio intellettuale, ma un autentico tentativo di entrare in una relazione con le emozioni e l’anima di chi scende in campo.
Per Kate la scelta è caduta su Finzioni di Jorge Luis Borges e La ragazzina di Valeria Parrella. Ed è proprio tra le righe di quest’ultimo romanzo che affiora un parallelismo con la sua storia personale e le sue radici, in un momento geopolitico così lacerante. Quella di Kate è la parabola di una bambina che ha saputo immergersi con coraggio nelle scelte e compiere un salto nel buio nel nome della sua vocazione: l’addio a San Pietroburgo, il trasferimento in Italia, pagando in prima persona lo sradicamento culturale, l'impatto con un idioma sconosciuto e una quotidianità straniante in un angolo della nostra provincia. Kate ammette con candore che, se fosse stata pienamente consapevole a cosa andava incontro, forse non ci avrebbe provato.
Ma attraverso la lingua della pallavolo ha saputo integrarsi e subito affermarsi. E quando si è ritrovata sul gradino più alto del podio olimpico a Parigi, quel puzzle che così tanta fatica le è costato si è ricomposto, ripagandola di ogni lacrima versata. Il viaggio nel perenne mutamento per Kate continua, perché dopo questi Europei si ritroverà a dover dare il meglio in Turchia nelle fila dell'Eczacıbaşı.
Da ogni vicenda del suo movimentato percorso di Kate Antropova, la dimostrazione che anche nel professionismo più esasperato esiste ancora uno spazio sacro: quello dell'anima, della passione intransigente e della bellezza di una donna che ha scelto di essere intera, dentro e fuori dal campo.