Il circuito di Goiania è bello, veloce, vario. Il che purtroppo è un buon punto di partenza, non di arrivo: il GP del Brasile sta mostrando una lunga serie di limiti tecnici e organizzativi che hanno messo a rischio le gare stesse. Il primo punto critico è stato il calendario, perché se decidi di andare a correre sotto l’equatore durante la stagione delle piogge qualche problema te lo devi aspettare. Il secondo è che chi ha lavorato alle infrastrutture non l’ha fatto abbastanza bene. L’asfalto è ottimo sì, ma l’acqua rimane in pista, il fango pure, diventa tutto difficile. Ha detto bene Davide Brivio in un breve sfogo su Sky durante il primo turno della Moto3: ai team vengono chiesti dei backdrop più brillanti, più comunicazione sui social e in generale un livello più alto perché questa è la MotoGP, poi però le stesse persone che chiedono di migliorare mettono a calendario circuiti come questo, dove servirebbero un altro paio d’anni di lavori prima di correre.
C’è poi un tema più politico, ovvero quello delle immagini dell’alluvione che per qualcuno erano state generate con l’intelligenza artificiale. Molti media brasiliani (non solo però, anche in Italia abbiamo fatto il nostro) le hanno bollate come false, peccato solo che i guard rail mostrassero tracce di fango alte una trentina di centimetri.
In tutto questo, la MotoGP è finalmente scesa in pista dopo tre settimane di vuoto pneumatico per tornare a emozionarci. Il venerdì lo chiude davanti a tutti un insospettabile Johann Zarco, c’è Jorge Martín tra i primi, Fermín Aldeguer al rientro dalla frattura al femore è già in Q2 (ottavo, davanti a Bagnaia) e la prima Yamaha è quella di un meraviglioso Toprak Razgatlioglu, terzo. Molto male invece le Ducati del Team VR46 e le Aprilia di Marco Bezzecchi e Raul Fernandez, rispettivamente ventesimo e ventunesimo. Enea Bastianini invece ha girato così lento da superare il limite del 105% rispetto al tempo di Johann Zarco, per altro nemmeno di poco, motivo per cui non potrà neanche prendere parte alla Q1.
Se le giapponesi sono più avanti del solito probabilmente è perché su questa pista (e soprattutto in queste condizioni) i vantaggi tecnici delle europee faticano a emergere, un po’ come succede quando piove forte e la potenza del motore non conta più. Certo, qui oltre alla pioggia ci sono le chiazze di fango, una pista senza dati, metà del secondo turno passato nel box a sperare che la situazione migliori. Eppure per Toprak Razgatlioglu, che giovedì ha finito il Ramadan, il terzo posto vuol dire tanto, tantissimo. Vuol dire che tutto sommato la moto la sa guidare e che prima o poi capirà come farlo anche in MotoGP, anche se magari non subito. Vuol dire tanto per Jorge Martín, che si sta candidando ad essere la più grande sorpresa di questa stagione. E poi vuol dire tanto per Marc Marquez: potremmo riempire la pista di olio di palma, saponaria, darle fuoco o allagarla e lui sarebbe lì, nei primi cinque, pensando a come migliorare per giocarsi il podio. Ci sono buone probabilità che Bezzecchi e Fernandez si mettano a posto, lo stesso vale per le Ducati di Morbidelli e Di Giannantonio. È vero, i posti sono soltanto due. Eppure in un GP come questo in cui il temporale è dietro l'angolo, l'usura delle gomme non la conosce nessuno e la gara è di 31 giri partire indietro non sarà necessariamente una condanna.
Di certo c’è che proprio come era stato in Thailandia anche il Brasile non ha dato indicazioni chiare e affidabili sui valori in campo, per i quali ci toccherà aspettare la fine di maggio, dopo una manciata di gare europee. Anche se i punti un valore ce l’hanno da subito.