Non è forse “internazionale”, questo intrigo, ma è di certo fitto. Mica solo una questione di garra charrua e folklorismi simili. Partiamo con i principali protagonisti della vicenda: Lele Adani e Antonio Cassano da una parte, Ivan Zazzaroni e Sandro Sabatini dall’altra. A bordo campo, attentissimi a seguire ogni possibile sviluppo della vicenda, Fabio Caressa e Gigi Cagni. Outsider di lusso: Enrico Silvestrin. Variabile impazzita che potrebbe innescarsi entro fine 2026: Fabio Capello.
Ma che ca**o è successo?
Beh, si tratta dell’inevitabile collisione fra due mondi teoricamente lontani: su un lato, Adani e Cassano, persuasivi interpreti di una comunicazione calcistica molto libera e sfrontata. “Viva el Futbol”, il loro vodcast, è opinionismo d’assalto, senza freni. Analisi, passione, aneddoti ancora avvolti nella condensa di uno spogliatoio dopo le docce. L’atteggiamento è da fantasisti – ricordate l’Adani quasi poetico che vede nella Bosnia che elimina gli Azzurri dal Mondiale una commovente metafora cosmica? Fantasisti che però, talvolta, si concedono la libertà di picchiare duro (lo sfogo di Cassano dopo la débâcle della Nazionale di Gattuso).
Sull’altro lato del ring, Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio, e Sabatini, giornalista di lungo corso, oggi volto di Sport Mediaset. I due si incontrano, ospiti di Giuseppe Cruciani, nel vodcast “Numer1”, disponibile su YouTube, Spotify e piattaforme assortite. Curriculum tosti alle spalle, una vita fra i campioni. A commentare le gesta di chi esalta o affossa lo sport che li ha convinti a trasformare scrittura e comunicazione in ragioni di vita.
Una semplice faida? Una storia di personaggi che, in fondo, si stanno solo vicendevolmente sui cosiddetti? No, c’è di più. E non parliamo di “una diversa idea di calcio”, ma di lignaggio. Adani e Cassano sono giacobini ironici, divertiti e inca**ati. Zazzaroni e Sabatini sono giornalisti togati figli di un Ordine (che probabilmente non amano – vado a intuito –, ma tant’è), figli di una gavetta, figli della pagina scritta prima ancora che del pallone, l’arnese con cui invece Adani e Cassano hanno avuto un lungo, per quanto dagli esiti ben diversi, rapporto.
Così i giacobini, invocando Il Calcio (maiuscole d’obbligo) affermano anche, nemmeno tanto fra le righe, che chi non parla secco, chiaro e dritto è semplicemente un pavido attore “politico” la cui ambizione è vivere “grazie al calcio” più che “di calcio”. I secondi, Zazza e Sabatini, osservano invece che è facile sparare con una mitragliatrice senza sentirsi addosso la responsabilità di costruire ragionamenti coerenti, circostanziati e blindati. Perché tanto verba volant e i follower, di una certa volatilità delle parole, se ne sbattono. Vogliono polemica, sfide continue, paragoni vertiginosi. Troppo facile, sostengono Zazza e Sabatini, spararle sempre grosse, magari offendendo. Questione soprattutto di stile, quindi? Nemmeno. Sembra, semmai, di assistere a un nuovo passaggio storico, che il calcio ribadisce, ma che in tanti altri ambiti o è già stato ampiamente avviato o potrebbe avviarsi a breve. Un passaggio delicato. L’idea sottesa, fronte Adani/Cassano, è: ma che ca**o vuoi mai analizzare il calcio, scrivere di calcio, parlare di calcio, tu che i piedi li usi giusto per calzare le scarpe? Di contro, il giornalismo in giacca e cravatta, che spesso rimanda all’idea sacrosanta che se vuoi trattare di droghe pesanti non devi per forza essere stato un eroinomane all’ultimo stadio, si difende dicendo: avete fatto la vostra fortuna giocando a pallone, ora non pretendete anche di essere dei fini maître à penser, perché per pensare/razionalizzare il calcio, o informare sul calcio, i piedi servono fino a lì. Stiamo estremizzando, sia chiaro, ma se sul fondo non crepitassero queste idee, il clash Adani/Cassano versus Zazzaroni/Sabatini non l’avremmo mai visto.
COSA È SUCCESSO?
Beh, il cosa è successo sarebbe fin troppo lungo da ricostruire, perché si tratta di un processo crivellato da continui colpi d’arma da fuoco. C’è da perdersi. Procediamo per flash e torniamo all’anno scorso. L’Italia si appresta ad affrontare la nazionale norvegese (a Oslo perderemo 3 a 0). Fabio Caressa la snobba (“Se abbiamo paura della Norvegia…”), Adani – toccato sul vivo, lui che per Haaland e soci aveva mostrato solo rispetto e ammirazione – gli dà, bello piatto, del “cog***ne”. Più volte. I due si ribeccheranno ancora, anche perché Adani non è “solo” un uomo da vodcast, è anche una seconda voce Rai che, attraverso le sue telecronache viscerali, manda in fibrillazione osservatori come Aldo Grasso. Seguiranno altri colpi di fioretto avvelenato. Tipo quelli che di recente hanno portato a un imprevedibile (solo per i distratti) faccia a faccia tra Lele Adani e Gigi Cagni, ex-allenatore di Piacenza, Verona, Empoli. Tema, la Nazionale. N’altra volta. “Ci sono ancora troppi Cagni in giro”, sentenzia un Adani in lutto. Cagni, che anche parlando a noi aveva alluso alla scarsa affidabilità di alcuni “fenomeni” dell’opinionismo militante, risponde in agilità via social, affermando di non poter proprio scendere al livello (basso) di certa gente. Fra nuovi opinion-makers e giornalismo incravattato si inserisce quindi un ex-allenatore, uomo di campo e imprese (il Piacenza tutto italiano, l’Empoli in Uefa) che declina il tutto su una questione tipo “Adani non parli tanto, visto che come giocatore non era poi granché”. Vedete il caos? Non è solo la riproposizione, alla lontana e su un altro livello, di un nuovo “giochisti contro risultatisti”, ma qualcosa che mira a stabilire un diritto fondamentale: chi può legittimamente (e seriamente) parlare di calcio? Chi lo ha sempre seguito dagli spalti – lo faceva anche Sir Alex Ferguson, sosteneva che capiva meglio i movimenti dei giocatori in campo –, senza tuttavia averlo mai praticato a livelli alti? Oppure gli addetti ai lavori, ossia ex-calciatori ed ex-allenatori? E in quest’ultimo caso, quanto contano i titoli conquistati dall’ex di turno? Tanto o nulla? Perché a Cassano gli si dice che sarà pure stato un fenomeno, ma che alla fine ha vinto poco (ecco l’ennesimo criterio, le coppe alzate e gli scudetti cuciti sulla maglia). È una selva, ragazzi.
Accade quindi che, dopo l’ultima performance della nostra Nazionale-Titanic, Cassano attacchi prima i giocatori protagonisti della disfatta, poi un apparato di giornalisti/commentatori avvezzi al “lecchinaggio”, gente che “deve vergognarsi” (e cita Bergomi, Caressa, Zazzaroni, Sabatini), “gente che spinge perché uno come Allegri alleni la Nazionale” (ricordate il vis-a-vis Adani-Allegri? Roba da re-watch compulsivo nei momenti di noia). Inciso: è di qualche giorno fa la dichiarazione di Pier Luigi Celli, ex dg Rai: “Bruno Vespa si comporta da padrone, ma era e resta un maggiordomo”. Per dire che il rapporto fortissimo tra servilismo e potere – argomento sempre vivo in un Paese che irride la meritocrazia (punto su cui giustamente spinge parecchio mister Cagni) – non è un’idea che nasce con Cassano.
A questo punto, nell’arena sbuca anche Silvestrin, che si schiera dalla parte dell’ex-Roma, Samp e Real. Il giornalismo togato “sente” salire il calore e reagisce come mai prima. Zazzaroni, Trump-style: “La guerra è iniziata. Caro Adani, caro Cassano, la guerra è iniziata e siamo pronti a reagire alle stron*ate che dite, alla vostra mancanza di argomenti perché voi sapete soltanto offendere. Leccac*lo perché? Perché non sono d’accordo con te?”. Cruciani rincara la dose: “Caro Adani, devi stare tranquillo, non sei l’unica persona libera o intellettualmente onesta in Italia”. Caressa rilancia su Adani, parlando anche di brand, questione che sembra essere stata recepita dai piani alti Rai: “Nelle cose che faccio pubblicamente devo tenere anche conto del fatto che rappresento le aziende per cui lavoro (Sky, Deejay). Siamo sicuri che un’azienda importantissima, un servizio pubblico […], possa accettare che un suo dipendente sia presente settimanalmente in un posto dove si insultano regolarmente le persone?”. La mette sulla media policy aziendale, Caressa, inserendo un nuovo tema in un dibattito già stracolmo di spunti.
E ADESSO?
Il futuro di Adani in Rai è “in bilico”. A decidere se rinnovargli il contratto sarà Marco Lollobrigida, direttore di Rai Sport. Intanto Cassano e Zazzaroni se le stanno dando di santa ragione. Ma al di là di questo subbuglio – senza dubbio più vivace il calcio parlato italiano del calcio italiano giocato, in questo frangente –, è il futuro prossimo a interessarci.
Un muro è crollato. Perché da anni c’era un pubblico che lo prendeva a sassate e i tempi erano ormai maturi affinché la struttura (vecchia) cedesse. Il linguaggio da bar alla Cassano si è imposto anche sullo schermo. E ha trovato nella passione sincera di Adani, a tratti fortemente ideologica, un’insospettabile alleata. Strana coppia, Cassano-Adani. Il geniale talento barese (uno degli ultimi grandi), incompiuto e sgrammaticato, guidato da un ex-giocatore di media levatura che però quando parla di futbol si trasforma in visionario ed enfatico cantore. Di spinta in spinta, il muro è caduto. E tremano le torri d’avorio di un giornalismo, anche istituzionale, che non può, per definizione, accettare che quel linguaggio, quel bar rovente e pulsionale, possa impunemente sostituirsi alla forma, a un disciplinato ma esclusivo rapporto con le fonti, a una comunicazione più ponderata e mediata, all’idea che comunque tutto – sia scritto su certe pagine, affermato da certi pulpiti, pubblicato su determinati canali – va comunque ponderato. Sono due diverse visioni del mondo, più che del calcio. Due angolazioni quasi opposte, dalle quali si ammira uno spettacolo sportivo e sociale diverso, regolato da norme diverse. A questo punto, che sia attraverso una piattaforma online o Mediaset, dovremmo solo sperare in un talk a più voci: Cassano e Adani (sostenuti moralmente da Nicola Ventola) contro Zazzaroni, Sabatini e Caressa. Nell’attesa di capire chi potrebbe essere l’arbitro (Fedez?), siamo certi che lo spettacolo, pur su tutt’altro versante, sarebbe una sorta di aggiornamento di quello storico Berlusconi-Occhetto, anno 1994, da cui la nostra politica mainstream oggi fugge a gambe levate.