Alex Zanardi è morto il 1 maggio, come Ayrton Senna. Una casualità, o forse no. A farcelo notare, dall’altra parte del telefono, è Roberto Ravaglia, una delle figure più vicine al pilota italiano nel corso della sua seconda vita sportiva, come la chiama lui. È la prima cosa che, appena risponde al telefono, gli viene in mente: “Scusami un attimo, ma nella serata del primo maggio non morì anche Ayrton?”, afferma con la voce rotta, bassa. Rispondiamo di sì, lui ribatte con un “Che fatalità”. Poco dopo, il ricordo diventa più personale. I due hanno vissuto fianco a fianco gli anni del rientro alle corse di Alex, quando l’italiano fu uno dei primi a sedersi al volante di una vettura da corsa pur non disponendo più di entrambe le gambe. Ravaglia era il team manager del team Roal, che lo ha accompagnato di fine settimana in fine settimana da quel 28 marzo 2004 a Monza. Anche in questo caso, forse, casualità o destino, stessa pista su cui un’altra leggenda tornò a correre dopo aver visto la morte in faccia, Niki Lauda. Una vita d’incastri, di coincidenze, di battaglie vinte quando in pochi ci avrebbero creduto. Questo era Alessandro Zanardi, un uomo capace di oltrepassare ogni limite.
Oggi è un brutto giorno per l’intero mondo dello sport, ma non solo. Chi era per te Alex Zanardi?
“Era un amico che ho conosciuto soprattutto quando è voluto rientrare nel mondo delle corse dopo il suo incidente. Sono stato con lui a partire da questo “aiuto” che gli abbiamo dato per poter rientrare, mettendogli a disposizione una macchina con tutto l'equipaggiamento necessario per renderlo operativo, fino al momento in cui ci siamo riusciti, per tutto il prosieguo della sua seconda carriera. Quindi, al di là del rapporto professionale con il pilota, si è creata poi una grande amicizia”.
Ricordi il vostro primo incontro?
“Il primo incontro sportivamente parlando è stato quando un giorno lui è venuto da me, al rientro dall'operazione che aveva avuto in Germania dopo l’incidente del Lausitzring, e mi ha detto: ‘Ma cosa dici se io tornassi a gareggiare?’. Allora gli ho detto: ‘In che senso tornare a gareggiare?’. E lui: ‘Ci inventiamo qualcosa, vedrai che ce la facciamo’. Non ero molto convinto, ma gli ho detto che potevamo provarci. Abbiamo preso una macchina, una Touring Car 320 BMW, e abbiamo cercato di adattargli la strumentazione. All’epoca c’era un ingegnere, Roberto Trevisan, anche lui amico di Alessandro, con cui abbiamo cercato di adattare tutti gli strumenti necessari affinché potesse guidare una macchina da corsa”.
Com’è stato il primo approccio in pista?
“Il primo giorno in circuito mi ricordo che il problema era nelle cambiate: quando cambiava, tra una cambiata e l’altra passavano circa 5 secondi. Quando si è fermato al box, con la sua ironia mi ha detto: ‘Beh, Roberto, non scoraggiarti perché così possiamo solo migliorare’. Ecco, questo è stato l’inizio. Da lì è nata l’avventura: prima con noi che gli fornivamo tutto l’equipaggiamento, poi con BMW che ha fatto sistemi molto più sofisticati. Però tutte le idee venivano da lui. Aveva le idee e indirizzava gli ingegneri sul da farsi. Sono veramente onorato di aver fatto parte della sua storia”.
La mia generazione ha conosciuto Alex Zanardi come pilota prima e atleta paralimpico poi. Come lo descriveresti con una parola, avendolo vissuto a 360°?
“Una leggenda, sia dentro che fuori dallo sport. Un uomo che tutti dovrebbero prendere come esempio. È stato un grande uomo”.
Ricordi le emozioni di Alex a Monza, prima gara dopo il terribile incidente del Lausitzring?
“Da parte mia c’è stata una grande emozione perché mi ricordo ancora come forse Monza, per una gara di vetture Gran Turismo, non avesse mai visto così tanti spettatori come quel giorno. Era il grande rientro, la prima gara dopo l’incidente di Alex. Tutti pensavano che potesse fare la comparsa e invece è stato uno dei protagonisti della gara. Per la prima corsa che faceva, arrivare nella top 10 non era facile. Per me è stata una grande soddisfazione. È sempre stato lui a darci la forza di continuare, di migliorare. Qualsiasi inconveniente, lui lo vedeva sempre dal lato positivo”.
C’era qualcosa che lo infastidiva?
“No, assolutamente no”.
Oltre questi due episodi, quale altro ricordo ti porti dietro?
“Tutto quello che ho passato con Zanardi me lo porto dietro. Una cosa che mi è dispiaciuta e che mi rimarrà impressa è stata la 24 ore di Spa del 2016, con Spengler e Glock. Eravamo quarti a un’ora dalla fine e la BMW Motorsport voleva che fosse lui a chiudere la gara. Mancava l’ultimo cambio e gli ho detto: “Alex, mettiti il casco”. Quando la macchina doveva rientrare ai box, alla guida c’era Glock. Abbiamo chiamato “Box, Box” e dopo due curve il motore è esploso. Quindi siamo stati costretti a finire la gara a un’ora dal termine. Sinceramente non ho mai visto tanta gente piangere come in quel momento. Questo è ciò che mi rimarrà impresso per sempre”.