Che poi, posso dire? Uno come Alex Zanardi come la vive, la vita, come l’ha vissuta? Che ne sa chi lo ha amato, chi ne ha letto, chi lo ha seguito? Che ne sapeva lui, se il sapere, la conoscenza, passa dalle parole. Che vocabolario vuoi, che libro del cuore devi avere, con che copertina (e quanto dura?) per parlare di ciò che ti succede non una, ma due volte, e cioè rischiare di perdere quella cosa semplicissima che è la vita. Che è semplice per tutti, non credete. Semplice e dura come tutte le cose che contano. La vita non è un evento contorto e misterioso, ma palese e incendiario. Non esiste un segreto per vivere, esiste la vita e basta, come te la danno mamma e papà e come te la cuci addosso da grande, soprattutto sbagliando e cercando di non sbagliare più, con l’unico risultato, per parafrase Beckett, di sbagliare meglio. Però, se uno ci pensa, se io - che lo sport non lo seguo, che l’automobilismo non so cos’è, che il ciclismo è quella velocità schiantata nel verde di un tornante la domenica e mi fa cambiare canale - ci penso, tutti questi sbagli nella vita di Zanardi non li vedo. Zanardi non ha sbagliato niente, non ha sbagliato mai. Come ha fatto? Il segreto se lo portava dentro come certi versi e certe poesie che non scrivi su un foglio di carta, perché appunto mancano le parole. Non c’entra la resilienza, la voglia di andare avanti, la fame e tutto il resto. Il mondiale della vita ha altre regole, silenziose e chiare, fatte di pura luce (pure dove c’è l’ombra; la morte; il coma). La vita, questo mondiale che somiglia così tanto a una poesia. E per questo mondiale qui Zanardi l’oro ce l’aveva nell’anima. E quel verso, quella poesia, quel libro cuore con la copertina dura, di titanio, a volte è solo un libro bianco e le uniche parole sono il nome dell’autore. Alex Zanardi, campione.