Coraggio, tenacia e purezza. A Plan de Corones, Federica Brignone ce li ha regalati così, semplicemente sciando. A quasi 300 giorni dal terribile infortunio che ad aprile 2025 le aveva fratturato tibia, perone e legamento crociato, la valdostana è tornata in Coppa del Mondo nello slalom gigante: sesto posto. Solo tredici giorni di sci dopo l’inizio della preparazione, quasi a dimostrare – ancora una volta nella storia dello sport – che la fatica è sempre il percorso, quando smettiamo di raccontarcela, e mai un incidente nel percorso. O un dovere per il percorso. “Sì, non è stato facile…” – ha detto dopo il traguardo in una intervista che vale più della sua discesa. Un’intervista al microfono di chi poteva capirla. Un’intervista in cui, manco a dirlo, sono inevitabilmente comparse le lacrime. Una in particolare, che in mezzo a quel freddo lì, sembrava volersi congelare sulla guancia di Federica. Trasformarsi in cristallo di ghiaccio nonostante tutto il sale che c’è dentro. Ogni fisioterapia, ogni singolo momento in cui mente e corpo si sono dovuti convincere che il ritorno era possibile. Ogni caduta. Ogni resistenza alla paura. Tutto, ma tutto davvero, s’è condensato in quella lacrima. Perché la fatica, alla fine dei conti e pure alla fine di un Gigante, è tempo che si deposita nel corpo, è ripetizione che scava, è attrito continuo tra ciò che avevamo immaginato e ciò che invece poi è veramente. Ciò in cui, insomma, siamo costretti a diventare.
Dietro la telecamera, a tenere il microfono, c’era Francesca Marsaglia, amica, compagna di nazionale, che con delicatezza ha trasformato l’intervista in un colloquio tra donne che condividono ricordi, sogni e paure. “Colpa mia, posso abbracciarti?” Solo che se ci si commuove non è mai per una qualche colpa. Anzi, semmai è per l’impegno, anche se l’impegno, quando è preso sul serio, non ha niente di romantico. E non è neanche ispirazione. Semmai è continuità imperfetta. Esserci anche se fa male. Ricomporsi anche se si è spezzati. Presentarsi quando l’entusiasmo è evaporato. Restare quando nessuno guarda e quando smette di convenire, soprattutto dopo che si è già vinto abbastanza e si è già nella storia di uno sport come Federica Brignone. A quel microfono, la sciatrice ha raccontato le ore precedenti la gara, la tensione accumulata, la sensazione di essere al via senza punti di riferimento. “Di solito – spiega - sai dove sei e quali obiettivi inseguire. Oggi era tutto nuovo, un test”. Un test di quelli in cui, però, si coglie la verità di un’impresa: viviamo in un’epoca che idolatra l’arrivo e rimuove l’attraversamento, che consuma risultati e censura i processi. Psicologicamente è devastante perché nega che l’identità nasce nella durata dello sforzo. Nello sport, ma mica è diverso nella vita.
Chi immaginava un rientro prudente si è trovato davanti una Brignone capace di reggere la pressione, di misurarsi con le migliori e di restituire poesia anche a due sci che grattano e fanno quel suono lì che non è musica. Ma che è comunque la colonna sonora di quella tenacia che non nasce dall’eccezione, ma dalla ripetizione ostinata. Aristotele, che di sicuro non sciava, già un bel po’ di anni fa parlava di “héxis”, di abito: talento originario che va vestito con qualcosa da praticare, anche ostinatamente, nel tempo, fino a farlo diventare forma stabile dell’essere. Nietzsche, a sua volta, diffidava delle conquiste senza dolore, perché non trasformano. Anche la psicologia contemporanea, quando è onesta e non ideologica, arriva alla stessa conclusione: la motivazione spesso segue l’azione più che precederla. Si comincia stanchi, confusi, imperfetti. E poi è l’impegno che genera il senso. E pure la direzione. Oltre al passo. E lottare, diventa qualcosa che non è più contro il mondo, ma smettere di pretendere che il mondo si adegui alle scorciatoie. All’abbandono. Insomma, accettare pure la fatica del conflitto, anche con se stessi e con la voglia che non c’è o non si ha più, come crescita, sapendo che ogni obiettivo autentico presenta il conto. E che quasi mai è epico: è banale, quotidiano, a tratti persino umiliante. Perché toglie alibi, asciuga le scuse, ridimensiona l’ego e costringe a scegliere cosa valga davvero la pena sopportare.
E’ la verità antica che ha accompagnato il rientro di Federica Brignone, o di Marc Marquez, o di qualsiasi altro grande dello sport che è stato lì a ricomporsi, dopo essersi spezzato, per commuoversi un’altra volta. “Gli dei – diceva Esiodo in Le Opere e i Giorni - hanno posto il sudore davanti alla virtù”. Ecco, prima viene il “ponos”, lo sforzo, poi — forse — il compimento. E ora anche per Federica Brignone il futuro è finalmente, di nuovo, aperto: Cortina d’Ampezzo, allenamenti sulle piste più impegnative, Crans Montana (in forse). Ma quello che resta, come sempre, è l’esempio che il sudore, proprio come sembrava suggerire Esiodo, è l’esatto nettare che separa il desiderio dall’opera. L’intenzione dal successo. Al netto di tutto e sapendo che la fatica, o più in generale l’impegno, è l’unica vera promessa certa di metamorfosi. Trasformarsi davvero — senza scorciatoie, senza applausi, senza pubblico — resta l’impresa più radicale, più scomoda e meno instagrammabile che ci sia. Di instagrammabile, semmai, c’è – per fortuna – il video di una intervista che sintetizza quanta potenza c'è persino in una lacrima che prova a congelarsi, nonostante tutto il sale, sulla guancia di chi, come Federica Brignone, sta insegnando a tutti che gli attraversamenti, più dei traguardi, definiscono e trasformano davvero.