Con Francesco Baccini, cantautore libero e anarchico, tastiamo lo stato di salute del Festival di Sanremo, e con esso di tutta l'Italia. Fra cantautori del passato e finti cantautori del presente, almeno secondo Baccini, il Festival è lo specchio della crisi culturale del Paese. Ci spiega tre cose su di lui: perché partecipò a Sanremo, perché non gli interessano i cantanti ma i cantautori e perché rifiutò un contratto da un miliardo di lire pur di rimanere fedele a se stesso. Chi lo farebbe oggi?
Chi segue Sanremo ha la FOMO [fear of missing out, e cioè la spinta a dover seguire quello che fanno tutti, come guardare il Festival, ndr]?
Certo, è esattamente il contrario di ciò che succedeva durante la mia adolescenza: noi puntavamo a fare l’opposto di ciò che fanno tutti. Una volta Bennato ha sintetizzato bene questo discorso con un grafico. Diceva: “Quando scende il livello culturale medio, il Festival di Sanremo sale. Quando sale il livello culturale medio, il Festival di Sanremo, scende”. Fine.
Quindi Sanremo = livello culturale ai minimi storici?
Sì, ed è il motivo per cui Sanremo non mi interessa. Purtroppo il livello culturale medio in questo Paese è ultimo nel mondo. Noi siamo al primo posto nella non comprensione di un testo scritto, la gente non capisce i testi che legge. Se oggi dici a qualcuno che è ignorante si incazza, quando definivi ignorante qualcuno una volta stava zitto, perché lo sapeva di esserlo e se ne vergognava, cercando poi di rimediare. Oggi se hai un po' di cultura devi fingere di non averla, sennò ti accusano di pesantezza. Oggi tutti fanno le pagelle: è come vedere un sommelier che guarda la merda e dice: “Quella lì è un po' più gialla, quella lì è un po' più corposa”, ma alla fine sempre me*da è. In ben 76 Festival le canzoni che salvi sono pochissime. Almeno una volta c’era qualche outsider.
Pensi davvero che non ci sia nessun outsider quest’anno? C’è qualcuno che reputi essere “vicino a te” tra i colleghi in gara?
Non mi interessa, la musica che ascolto e che mi piace non è mai andata al festival. I cantanti, poi, non mi sono mai interessati, la mia formazione musicale è un’altra; sono arrivato ai cantautori ascoltando Jannacci, De Andrè e Dalla che mi hanno fatto capire che nella canzone quello che conta è il testo, se c’è la melodia anche meglio, ma i cantautori la buttano sulle parole. Vicino a me non c’è nessuno, io sono un highlander che ha attraversato gli anni senza farsi scalfire da quello che succedeva. Io frequentavo De Andrè, Jannacci e Freak Antoni degli Skiantos, ora che sono morti tutti, pensa che due coglioni che mi faccio. E poi in gara non ci sono cantautori. Mi può interessare vedere uno scultore che fa le statuette col pongo?
Quest’anno in gara qualche storico nome della musica italiana c’è (Patty Pravo, Marco Masini), non salvi nemmeno loro?
Patty Pravo è una cantante che cantava negli anni ‘60, io faccio il cantautore. Oggi scrivono che i rapper sono cantautori, i cantautori esistono ancora anche se nessuno ce li propina, sono ben nascosti. I rapper non sono cantautori, giocano con le parole; tra l’altro, a parte Caparezza e Salmo, il resto è una grandissima ciofeca. Per me la musica è una roba seria, in Italia invece non è così. Marco Masini è un cantante pop, neanche lui è un cantautore; è come dire che chi gioca in porta fa l’attaccante. Masini cantava le canzoni che scriveva Giancarlo Bigazzi e quel genere lì si chiama pop, non è cantautorale. Anche se figuri tra gli autori non sei un cantautore. La differenza tra un cantante e un cantautore è che il cantante ti vende la canzone, il cantautore ti vende un mondo. De andrè, per esempio, non scriveva i pezzi perché voleva piacere, lo faceva perché voleva parlare di qualcosa. Il singolo è un discorso per i cantanti, cioè gli interpreti che oggi vengono confusi con i cantautori. Questo accade perché c’è un’ignoranza pazzesca; io se parlo di musica con qualcuno finisce a botte.
A proposito di artisti che figurano tra gli autori di una canzone: cosa pensi della polemica delle canzoni firmate da “troppi” autori?
Una canzone non si scrive in dieci, in due già si fa fatica e si finisce per fare a botte. Ci sono tanti autori perché devono dividersi i soldi; non ci vuole un genio per capire che è uno a scrivere la canzone e gli altri nove non fanno praticamente niente.
E invece di altre manifestazioni canore che idea hai? Del Premio Tenco, per esempio.
Uno dei fondatori del Festival si è tirato fuori da quel circuito e ha deciso di creare il Premio Tenco che era destinato a tutta quella musica che non andava a Sanremo, cioè i cantautori. Ma oggi anche quello è stato contaminato: un tempo ci andava Guccini, ormai chi va a Sanremo va al Tenco. Se è rimasto qualcosa di integro non lo sappiamo perché non interessa al mainstream.
Esiste necessariamente una differenza in termini qualitativi tra artisti in major e artisti indipendenti?
Certo. Quest’anno a Sanremo sono tutti artisti in major, negli ultimi anni almeno due, tre artisti erano sotto etichetta indipendente, quest’anno nessuno nè nei giovani nè nei big. Questo vuol dire che Sanremo è una roba totalmente manovrata. Non vai a Sanremo perché sei bravo, vai perché sei parte di quella scuderia.
Eppure tu nel 1997 hai partecipato a Sanremo: come motiveresti questa tua scelta data l’opinione negativa che hai del Festival?
Ho fatto Sanremo perché in quel periodo ero sotto una major e volevo lasciarla per andare in un’etichetta, solo che da contratto mi mancavano ancora due dischi con loro, siccome quell’anno lì nessuno della mia discografica voleva andare a Sanremo, lo chiesero a me. A quel punto io proposi un compromesso: sarei andato solo se mi avessero svincolato contrattualmente dall’impegno dei due dischi mancanti e così è stato. Oggi questa scelta apparirebbe folle, ma io sono un idealista, dovevo scappare da quella casa discografica in cui volevano cambiarmi e rendermi mainstream. Tant’è vero che “Senza tu” (ndr: brano presentato al festival del 97) fu un brano che prendeva in giro la canzonetta sanremese con una serie di frasi fatte e mi permise di svincolarmi dalla major.
Quali sono le azioni più idealiste che hai fatto, oltre questa?
Per esempio, ho rifiutato un contratto da un miliardo di lire con una nota marca di pasta. Io sono una mosca bianca, un uomo libero e per questo le mie scelte appaiono folli ed è lo stesso motivo per cui sono diviso.
Il cantautore deve essere anche un visionario secondo te?
Assolutamente. Nel 96 ho scritto una canzone che si chiama “Filma!”, una canzone durissima che parla del fenomeno della violenza giovanile. Quando ho scritto questa canzone i telefonini non filmavano ancora, eppure sembra scritta la settimana scorsa. I cantautori devono essere visionari, immaginarsi il futuro. Questa è la differenza tra un artista e un artigiano.