Non bastano il look e le dichiarazioni per essere rock.
Qual è il gancio mediatico più efficace del momento? Esatto, il femminismo. Le Bambole di Pezza sono l’unica band in gara a Sanremo 2026, nonché una delle rarissime band tutte al femminile presenti in Italia. Forse per questo sentono la responsabilità (o forse dovremmo dire la pressione) di dedicarsi a battaglie ideologiche che il signor mainstream impone agli artisti contemporanei.
Tutto accade durante una conferenza stampa a Sanremo. Un giornalista tenta di innescare una polemica e ci riesce, affermando davanti alla band: “Dietro un grande uomo c’è una grande donna. A casa mia comanda mia moglie e in tutte le case è così. Vi sfido a dire che se avete un compagno non comandate voi”.
Il giornalista voleva visibilmente sminuire la battaglia ideologica portata avanti dalla band, che riguarda la volontà di raggiungere la parità di genere. L’intervento era debole, nazionalpopolare e sarebbe stato facile polverizzarlo con una stoccata sferzante. Cosa fanno invece le Bambole di Pezza? Rispondono: “Noi non vogliamo il potere in casa, vogliamo potere ovunque perché abbiamo paura di essere uccise e stuprate; questa non è parità”.
Una risposta sloganistica e retorica, poco pertinente con i toni dello scambio e formulata da una delle componenti della band con tono quasi seccato, come se l’affermazione del giornalista fosse da prendere sul serio, tanto da tirare fuori argomenti tanto delicati come lo stupro e i femminicidi.
Possibile che nessuna delle componenti abbia pensato che ci si potesse limitare a una sana risata di sfottò? Era chiaro che il commento del giornalista non meritasse altra risposta, specie così seriosa.
Ma torniamo alla gara. Le Bambole di Pezza si presentano al Festival con un brano che già dal titolo appare morbido: “Resta con me”, e basta questo a non aspettarsi chissà che dichiarazione di indipendenza. Le Bambole portano il peso di essere, non solo l’unica band del festival, ma anche l’unica band femminile in Italia che abbia ottenuto risultati discreti. E forse per questo ci si aspettava che facessero più “rumore”, soprattutto se si pensa che si tratta di una rock band.
Nessuno pretendeva che spaccassero le chitarre sul palco dell’Ariston, nè tantomeno che la leader Cleo mandasse a fanc*lo la platea alla Brian Molko o che si facessero squalificare per comportamenti poco demo-contiani; ma di certo, a giudicare dalle presentazioni, ci aspettavamo che il loro rock fosse davvero rock.
Il brano in gara risulta parecchio soft. Un testo che non sorprende neanche nell’esecuzione, lineare. Un bel brano radiofonico privo di pretese rivoluzionarie e va bene così, non per forza si deve fare la rivoluzione dall’Ariston, non per forza essere artiste donne presuppone di dover abbracciare chissà quali battaglie ideologiche e rivendicazioni (anche perché a fare le rivoluzioni sono le azioni quotidiane, non di certo gli slogan). Il problema è che le Bambole di Pezza sono come una promessa scritta sulla sabbia, sono la classica band da cui ti aspetti l’incendio e, invece, si rivelano l’ennesimo fuoco di paglia.
Inoltre, la scelta di chiamarsi “Bambole di pezza”, secondo quanto dichiarato dalla stessa band, vuole essere un atto provocatorio che mira a dipingere le donne come docili e facilmente manipolabili, un oggetto costruito per essere guardato e usato. Con una premessa del genere ci si aspettava che le cinque componenti mettessero sottosopra l’Ariston e invece cantano una canzone d’amore neanche troppo sofisticata, che presenta versi quali: “volevo dirti che ti penso ancora”, un brano che piace alle radio e che gli varrà un invito dalla Venier a “Domenica in”. E il rock dove sta? Rimangono solo i look alla Tokio Hotel e le chitarre elettriche. Le Bambole di Pezza sono una validissima pop band che si traveste da rockettara. Viene da pensare che il signor mainstream abbia costruito il progetto a tavolino. Ci immaginiamo qualcosa tipo: “Cosa manca nell’attuale mercato discografico? Una band di femministe incazzate, chiamiamo le Bambole!”. Ma le belle canzoni non bastano se non c’è una coerenza tra musica e ideologie dichiarate, forse questo basta ad ingannare i più distratti, ma ai più critici non serve molto a capire che i presupposti delle Bambole di Pezza sono visibilmente deboli.
Alla “rock” band non resta che sottrarre la narrazione e continuare a dedicarsi alla buona musica pop, come hanno dimostrato di saper fare a questo Festival. Perché, è bene ricordarlo: non tutti devono fare musica impegnata, non c’è niente di male ad essere pop.