Si chiama Sayf si pronuncia “Seif” e in questo Sanremo è una ventata d'aria fresca. Una brezza di Libeccio direttamente da Rapallo, il paese in provincia di Genova, da cui proviene e a cui è profondamente legato. “Tutti vogliono vivere a Milano ma io rimango a Rapallo” aveva detto in conferenza stampa, una frase che nel music business odierno è quasi rivoluzionaria. Sayf a Sanremo ci arriva da outsider. Sì, ha già nel curriculum una hit estiva, quella “Sto bene al mare” con Marco Mengoni e Rkomi uscita quest'estate, ma non è certamente un artista noto al grande pubblico. Sayf è esploso di recente. La gente si è accorta della musica di Sayf grazie a qualche collaborazione azzeccata e delle buone strategia di comunicazione – in un brano dice di essersi “sc**ato l'algoritmo”. Ma a Sanremo arriva per essere sé stesso, per portare la sua Genova e la sua identità. Nato da padre italiano e madre tunisina, i dreadlocks e il passato nella trap... il paragone più immediato è quello con Ghali, ma lui subito scappa: “Non sono qui per fare Ghali 2.0 solo perché sono italo-tunisino oppure ho i capelli simili a lui. Non vado a Sanremo per riprendere un suo discorso o per fare qualcosa che è già stato fatto”. E allora Sayf con la sua “Tu mi piaci tanto” in gara a Sanremo mette sul palco una canzone che ha tutti i canoni del cantautorato sanremese ma è allo stesso tempo completamente nuova. C'è il motivetto orecchiabile, il ritornello che ti entra in testa, la critica all'Italia, ma Sayf lo fa a modo suo. Reinterpreta la musica leggera e la porta nel suo mondo di influenze e commistioni. La porta nella sua Genova, una città viva, brulicante, crocevia del mondo intero fra i suoi strettissimi “carruggi”. Sayf cresce in questo contesto, inizia a suonare la tromba da piccolo, poi si dedica al rap e ora mette tutto insieme in un cantautorato 2.0 che mischia l'hip hop, il jazz e la musica pop italiana.
“Tu mi piaci tanto” colpisce per il suo ritmo serrato, la chitarra che batte e un testo all'apparenza semplice e leggero ma che ad un ascolto più attento rivela ben altro. L'ha definita una “supposta”, una melodia orecchiabile che ricopre e nasconde un testo denso e stratificato. Sayf sa scrivere, eccome se sa scrivere, la sua è una penna che va per immagini, con il flow tipico di chi ha uno sguardo alla cultura hip hop. Barre corte, d'impatto, che ti buttano da una parte e poi nella riga dopo ti trasportano da un'altra. Dentro ci sono delle pennellate di Italia, dei frammenti dal sapore decisamente agrodolce: l'Italia di Cannavaro, del cielo azzurro, l'Italia che, come disse qualcuno, “è il paese che amo”, ma poi anche quella delle alluvioni, delle botte nelle piazze, della corruzione, con le nostre tasse spese da qualche politico in uno squallido hotel a ore. E poi la sopraffazione, il vincere schiacciando gli altri: “Farò meglio per nostro figlio/ schiaccerò quelli degli altri/ così giocherà da solo”. E il tributo a un certo cantautorato che non può non essere un faro per Sayf. Tenco, che “è morto qui vicino” e poi ammette “Ho fatto una canzonetta/ Spero che non vi spaventi/ Che possiamo ripartire/ Tutti a mano, a mano”. A mano a mano come quel Rino Gaetano che è così simile a Sayf. Per lo stile scanzonato ma allo stesso tempo tagliente nel descrivere l'Italia e le sue storture. Sayf fa un brano di critica che però non è urlata, non è moralista, è ironica ma non per questo meno profonda.
E poi quel “tu mi piaci” ripetuto in maniera ossessiva nel ritornello. Una frase ingenua, bambinesca, banale. Se la manderebbero due bambini in un bigliettino sotto il banco, ma qui è rivolta a tutti, all'Italia che nonostante tutte le sue contraddizioni... ci piace tanto. Tu mi piaci è un grido di fratellanza: “Il succo è che noi persone siamo tutti uguali, ma veniamo divisi da economia, contesti, lavoro. E finiamo per farci la guerra tra di noi senza guadagnarci niente”.
Così “Tu mi piaci tanto” dal palco di Sanremo diventa una fotografia collettiva dell'Italia, bella ma dal sapore amaro: “Quando vedo che il mondo va così male, le guerre su tutto, ma anche il capitalismo imperante, che mi sembra si stia mangiando tutto, l’unica soluzione che ho, per ora, è di fare festa, sorridere e cercare di andare avanti nonostante l’orrore. Cercare il buono, ecco”. E allora con Sayf, sorridiamo, balliamo come faceva Jep Gambardella ne “La grande bellezza”. Un ballo che è solo un'illusione, nella musica assordante, che tutto sia bello mentre in realtà andiamo a rotoli.